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Carla Tedesco “Urbanistica, ricucire la marginalità delle periferie per guardare al futuro”

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Una chiacchierata con Carla Tedesco, classe ’69, professore associato di Tecnica e pianificazione urbanistica presso la università Iuav di Venezia dove è coordinatrice del corso di laurea triennale in Urbanistica e pianificazione del territorio. Ha incentrato le sue attività di ricerca, in ambito nazionale e internazionale, sull’analisi delle politiche urbane e di sviluppo locale nel quadro dei cambiamenti indotti dai processi di integrazione europea nelle pratiche di pianificazione territoriale in Italia. Si è occupata di processi partecipativi e rapporti tra piani urbanistici e altre politiche territoriali (rigenerazione urbana e sviluppo locale).

Assessore all’Urbanistica della prima giunta Decaro 2014-2019. Un urbanista, dunque un tecnico, prestato alla politica, che ha saputo imprimere un importante segno, dando l’avvio durante il suo mandato, con convinzione e volontà ferma, a un nuovo modo di intendere l’urbanistica, avviando processi che sono destinati a modificare in futuro il volto della nostra città.

Da urbanista quale la sua idea di città?

“Una città che orienti le sue trasformazioni partendo dai suoi cittadini, dai loro bisogni, dalla loro energia e dalle capacità che riescono ad esprimere, una città che dia a tutte e a tutti la possibilità di esprimersi.

Sul piano spaziale questo significa riconoscere che la città contemporanea è in larga parte nelle periferie di cui si parla prevalentemente come luoghi problematici: sicuramente nelle periferie si concentrano gravi problemi di deprivazione economica e sociale, oltre che di degrado degli spazi fisici, ma è lì che si concentrano anche grandi capacità di azione e di innovazione che bisogna intercettare e supportare. È di lì che bisogna partire per disegnare il futuro, per costruire nuove visioni, in grado di produrre immagini inedite della città, superando gli stereotipi che identificano Bari unicamente con le sue parti centrali. Basti pensare alla ricchezza paesaggistica delle lame, sia dal punto di vista storico culturale sia dal punto di vista ecologico, e della costa nella sua interezza”.

Quale, durante il suo mandato, la cosa che le ha dato maggior soddisfazione e quale il rimpianto per qualcosa che non ha potuto realizzare?

“Aver adottato un approccio partecipativo, “dal basso” alle questioni urbanistiche, dando largo spazio a cittadini, associazioni e comitati nei processi decisionali, sin dai primi giorni del mio mandato con il supporto al comitato dei cittadini per il parco del Castello. Le trasformazioni urbanistiche si producono in tempi medio lunghi, vedo oggi con piacere gli esiti del lavoro fatto per i giardini condivisi del programma Rigenerazioni creative -che ha supportato iniziative in tutta la città dal parco Gargasole nella ex caserma Rossani al giardino della scuola Marconi, alla 167 di Palese, per citarne alcuni. Sfide importanti sono state il concorso internazionale di idee per la riqualificazione della Costasud per la quale proprio nei giorni scorsi la Giunta ha dato l’incarico di progettazione ai vincitori, il Piano delle coste che potrà essere portato presto all’approvazione e ancora i programmi di rigenerazione per Carbonara, Ceglie, Loseto e per il quartiere San Paolo.

Il rimpianto è quello di non aver avuto tempo di portare alla discussione pubblica e all’approvazione le proposte per il Piano urbanistico generale (Pug) dei progettisti, che hanno recepito sia le indicazioni di un percorso partecipativo ampio e articolato che, attraverso 30 sportelli, una decina di passeggiate nel cuore dei quartieri lungo paesaggi poco noti e 5 incontri nei municipi, ha raccolto il punto di vista dei baresi sulla città nei luoghi della loro quotidianeità, sia quelle del nuovo Piano Paesaggistico regionale entrato in vigore nel 2015”.

Quali le difficoltà maggiori incontrate durante il suo mandato?

“La carenza di personale e di una struttura dedicata alla progettazione urbana, il continuo cambiamento dei dirigenti: alla guida della ripartizione si sono succeduti sei diversi direttori di ripartizione  nei primi tre anni del mandato. L’attività amministrativa richiede intesa e stretta collaborazione tra parte politica e parte tecnica”.

Quale secondo lei il segreto, se esiste, per una Giunta di successo?

“E’ importante condividere un’idea di città, l’idea di città è un’idea politica”.

Bari: quali le sue potenzialità e quale la strada da intraprendere ed i progetti più importanti da realizzare?

“Bari è una media città europea, un capoluogo regionale che è punto di riferimento di un ampio bacino in molti settori (si pensi alle infrastrutture sanitarie e universitarie), ha grandi risorse paesaggistiche e culturali, recentemente sempre più al centro di flussi turistici, attività industriali e commerciali vivaci; per migliorare la sua capacità attrattiva verso l’esterno deve contemporaneamente ridurre le disuguaglianze al suo interno, una città attrattiva è una città in cui è alta la qualità della vita di tutti gli abitanti, non solo di alcuni. Come ho già evidenziato, il lavoro sulle periferie, intese come luoghi della marginalità, siano esse fisicamente ubicate nelle parti centrali, come il quartiere Libertà, o in aree molto distanti dal centro, è fondamentale”.

È un vantaggio in politica essere un tecnico o è un ostacolo?

“Dipende. In urbanistica le scelte sono innanzitutto politiche, l’assetto spaziale è una diretta conseguenza di un modo di guardare alla società e al futuro, che esprime un’idea politica. Quasi impossibile distinguere parte tecnica e parte politica, dunque”.

Giunta Decaro due, quali le sfide più importanti a suo parere?

“Consolidare le azioni innovative già intraprese, portare avanti il nuovo Piano urbanistico generale avviando la discussione sugli scenari alternativi proposti dai progettisti. Per attuare queste azioni c’è bisogno di riorganizzare la struttura degli uffici, istituendo un ufficio del Piano in cui lavorino persone di alta competenza dedicate al Piano e a tutte le azioni innovative che vengono sperimentate in anticipazione rispetto al Piano”.

La politica e la amministrazione di una città vissute dallinterno sono state diverse da come le percepiva?

“Molto diverse. Il contemperamento dei diversi interessi in gioco richiede tempi lunghi e la messa in campo di molte energie sia tecniche che politiche”.

Cosa è cambiato dopo questa esperienza nella sua visione di Bari e della politica?

“Le mie idee si sono fatte più nette, più radicali. Mi è apparso, infatti, con maggiore chiarezza che in questo momento storico, così difficile dal punto di vista delle sfide legate alle nuove disuguaglianze, alle questioni ambientali, alle migrazioni, alla crisi economica acuita negli ultimi mesi dalla situazione sanitaria generata dalla pandemia di Covid 19, la politica abbia bisogno di scelte nette, non possiamo esitare, tentennare nel dare risposte ai nostri ragazzi e ragazze quando ci interrogano sul loro futuro.

E Bari ha bisogno di virare in modo deciso verso il futuro, di abbandonare un modello di sviluppo che consuma risorse e non è più in grado di produrre ricchezza e intraprendere nuovi percorsi basati sulla riscoperta di patrimoni paesaggistici, storico culturali, sull’innovazione tecnologica, sull’idea di giustizia sociale e spaziale”.

Una domanda al suo successore?

“Al sindaco, dunque?”.

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