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La libertà perduta nella terra di Mezzo e l’impegno di Antigone

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L’associazione Antigone si occupa di chi è dietro le sbarre, una specie di Terra di mezzo all’interno della nostra società. L’ultimo rapporto nazionale disegna una situazione caratterizzata da struttura sovraffollate, disumane e fatiscenti. Le percentuali valgono naturalmente anche per Bari. C’è un educatore ogni 79 detenuti, ciascun detenuto costa 131,39 euro al giorno (spesa in diminuzione rispetto all’anno precedente), il 28,7 per cento assume terapia psichiatrica, sono in aumento gli atti di autolesionismo, in leggero calo i suicidi (53) anche se ci si toglie la vita 13,5 volte di più che all’esterno.

Per Antigone “ Il carcere in Italia è lo specchio del Paese, sempre più anziani, una popolazione detenuta tra le più vecchie d’Europa, dove crescono gli analfabeti, gli stranieri sono in diminuzione e, a differenza di quanto viene sbandierato, commettono reati generalmente meno gravi e vengono condannati a pene meno severe. Un’istituzione, dove si rimane in media più che negli altri Paesi europei, molto costosa perché assorbe 3 degli 8,7 miliardi di euro che nel 2020 l’amministrazione della giustizia costa allo Stato, esclusi i finanziamenti per fronteggiare il coronavirus”.

Maria Pia Scarciglia, avvocato, è la responsabile regionale dell’associazione. La struttura di Bari è uno dei pochi carceri urbani, risale alla fine degli anni Venti e avverte la concezione strutturale dell’epoca. Sono decisamente insufficienti gli spazi per la socialità. Il sovraffollamento è un’altra piaga. Mentre per quanto riguarda la situazione sanitaria, siamo all’avanguardia in Italia: “C’è un centro diagnostico con 24 posti letto che rappresenta un fiore all’occhiello nel panorama carcerario, dotato di tutte le branche specialistiche. Manca solo la cardiologia. All’occorrenza funge anche da ospedale. Tanta l’utenza seguita e le liste d’attesa, purtroppo, da marzo si allungano nonostante la disponibilità del personale”.

Cosa si potrebbe migliorare?

“C’è una situazione che rasenta l’assurdo. Lo abbiamo denunciato più volte, ma la burocrazia sembra avere la meglio per ora. L’Asl, deputata dalla riforma ad occuparsi della sanità dietro le sbarre, nonostante abbia ricevuto un finanziamento ad hoc per la sala riabilitazione, non acquista i macchinari. Questo si traduce in un dispendio di risorse e di personale perché bisogna trasportare i detenuti all’esterno quando si devono sottoporre alle terapie previste. I soldi ci sono. Sono stati erogati. Non si capisce perché non si spendano”.

Problemi legati al Covid?

“Fortunatamente nessuno tra personale penitenziario e detenuti è risultato positivo. In molte strutture la pandemia è una specie di bomba ad orologeria pronta ad innescarsi quando meno te l’aspetti. A Bari sono organizzati molto bene: vengono effettuati tamponi a tappeto. Anche senza sintomatologia, ogni arrivo è sottoposto al tampone e inserito in una sezione cuscinetto in attesa del risultato. Se necessario ci sono anche strutture dedicate per la quarantena”.

I detenuti stranieri?

“Ci sono e rappresentano il 15 per cento delle presenze. Rumeni, albanesi, georgiani. Ultimamente è aumentata la presenza di nigeriani. Esistono comunque menù particolari per i musulmani, ai quali è assicurata anche la preghiera. In cella, per mancanza di spazi idonei”.

L’impegno di Antigone nel carcere di Bari?

“Gestiamo uno sportello sui diritti con un team di avvocati, verifichiamo le condizioni di vivibilità, organizziamo attività e progetti in collaborazione con le altre istituzioni. Il problema numero uno per i detenuti è il tempo. Sembra non passare mai, soprattutto se non sei impegnato in qualcosa: 140 sono le persone con una condanna definitiva. Sono in aumento, ad esempio, gli atti di autolesionismo spesso preordinati per ottenere benefici o semplicemente per farsi ascoltare, dopo ripetute richieste presentate dal detenuto. La scommessa è lavorare perché non ci siano le recidive, impegnarsi perché chi ha sbagliato, non sbagli più. Due le direttrici, la sicurezza e l’alleggerimento del sistema affinché il carcere non sia un luogo escluso, fuori dalla società. Chi è detenuto non deve restare nell’ombra per sempre”.

Ha un sogno nel cassetto?

“Prima o poi si realizzerà. Vorrei un carcere più a dimensione umana con opportunità di studio e di lavoro ma anche un carcere come luogo di non esclusione sociale e civile, collegato alla città. Spero che il sindaco Antonio Decaro ci accompagi in una delle viste organizzate, per toccare con mano questa realtà. Abbiamo la sua disponibilità. Dobbiamo conciliare impegni e situazioni”.             

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