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Viaggio nel carcere dopo la rivolta dove nulla avviene per caso

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Se vuoi capire chi comanda in città e nei dintorni, devi guardare dentro il carcere. Perché lì, alleanze e gerarchie rappresentano la cartina torna sole di cosa succede all’esterno, raccontano chi comanda davvero. Così la rivolta di qualche mese fa nella terza sezione, quella dove sono rinchiusi i rampolli del clan Strisciuglio che per quattro ore hanno devastato le celle, va letta in un’altra ottica. Non si tratta solo delle protesta – questa la versione ufficiale – per il mancato ricovero in ospedale di un picciotto. La vita del carcere è una società nella società. Con le sue regole. Norme e disposizioni diverse dal regolamento penitenziario, che ci sono ma non si vedono, che gli agenti non conoscono ma sanno che esistono. L’incendio divampato (non tanto metaforico) è la dimostrazione di un potere, di un controllo del territorio tipico della cultura mafiosa: la terza sezione è nostra e facciamo quello che vogliamo, la sintesi del messaggio. Perché nel mondo delle carceri nulla inizia, nulla continua e nulla si interrompe per caso.

Nella casa circondariale del capoluogo, alla data del 30 ottobre, erano ospitati 412 detenuti a fronte di una disponibilità di 299 posti. Tre le sezioni d alta sicurezza, due quelle per i detenuti comuni. La sezione femminile è stata chiusa anni fa per motivi strutturali.
 L’ultima relazione semestrale della Dia, la Direzione investigativa antimafia, ha fotografato il risiko del potere criminale in città: 12 i clan principali che si dividono la torta. Uno scenario “in continua evoluzione, caratterizzato da frequenti spaccature, ance interne, tali da far ritenere tuttora sussistente una strutturazione orizzontale, di tipo camorristico, con nuovi soggetti sempre pronti a rimpiazzare quelli decimati dall’azione di contrasto dello Stato o delle faide criminali”. Insomma, nessun capo dei capi. Piuttosto una balcanizzazione della conflittualità. Grazie ad un sistema di alleanze, gli Strisciuglio controllano otto quartieri, sette il gruppo Mercante-Diomede, tre i Capriati.

Cosa c’entra il carcere? Gli analisti accendono i riflettori sul patto tra i Parisi-Capriati contro gli Strisciuglio. Questi ultimi caratterizzati “dal ricorso ai classici riti iniziatici di affiliazione mafiosa e organizzato in modo tale da riuscire ad operare anche all’interno degli istituti carcerari”. Gli Strisciuglio possono contare su “gruppi autonomi, sodali e manovali per agire rapidamente: le singole articolazioni territoriali inoltre fanno affidamento su casse comuni per fronteggiare le spese delle forniture della droga e il pagamento degli affiliati reclusi nonché dei loro congiunti”. Ricordate? Nel mondo carcerario nulla inizia, nulla continua e nulla si interrompe per caso. Le rivolte rappresentano momenti per sugellare nuove alleanze interne o per regolare i conti con i nemici storici. Servono a scardinare vecchie gerarchie, a imporre di nuove, a far capire chi comanda davvero.  

 Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Penitenziari, dice: “La cosa drammatica è il fatto che lo Stato in carcere non comanda più. Oggi i detenuti comunicano con l’esterno con una facilità enorme”.

Recentemente le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Bari hanno stabilito che l’ordine di ammazzare Michele Ranieri, punto di riferimento nella lotta tra clan a Enziteto, è partito da un telefono cellulare utilizzato da un detenuto in carcere.

Giuseppe Simeone, ora collaboratore di giustizia, ha rivelato agli investigatori cosa succede in carcere: “Di regola la prima sezione o la quarta è in mano ai Capriati, se c’è uno dei Capriati o in mano ai Diomede”. Simeone è stato anche responsabile di sezione. Una persona scelta in base al grado di affiliazione per garantire che non ci siano problemi all’interno del carcere: “Devi mettere la pace o la tranquillità. Oppure devi dire: “Quello è un infame”. Devi dare l’ok ad ogni situazione che succede, cercare di evitare le discussioni stupide, prendere i ragazzi se si sono litigate in cella. Diciamo devi garantire un ordine generale della sezione”.

Se nulla nasce per caso, anche la frase che da settimane campeggia all’esterno del muro del carcere deve racchiudere un messaggio: “Abolish police”, “Abolire la polizia”. A chi è riferita? Chi l’ha scritta? Riteniamo non sia facile avvicinarsi al muro perimetrale, tra telecamere, vigilanza e sistemi di sorveglianza (se non funzionano sarebbe peggio) e scrivere per qualche minuto senza che nessuno si accorga di nulla. Ma soprattutto: perché non è stata ancora cancellata? Il rispetto per lo Stato, per l’istituzione che rappresentano la struttura carceraria e i 276 agenti di polizia penitenziaria in servizio, passa anche attraverso gesti precisi. Come la cancellazione di quella scritta ambigua.

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