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«La decisione di chiudere fa rischiare una ecatombe»

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Ogni saracinesca abbassata, ogni ‘battente’ di un’attività commerciale chiusa, è un pezzo di economia e di storia che perdiamo. Ed è quello che si rischia a Bari, con la seconda chiusura per la pandemia da covid, circa il 5% dei ristoratori baresi.

«Stiamo vivendo uno tsunami complicato per quanto riguarda il settore della ristorazione – dice con rabbia e sconforto il presidente dell’Asso Ristoratori di Confcommercio Bari-Bat, Donato Saulle – Nelle due province Bari e Bat a seguito del primo lockdown hanno chiuso 500 aziende. Ora c’è il serio rischio che si arrivi ad altre 1.000 aziende che non apriranno più i battenti. Con una perdita di circa 4mila posti di lavoro».

Il dato è proporzionale a quello nazionale e spaventa tanto, non solo la categoria dei ristoratori ma tutta l’economia locale. Se la ristorazione, che in Puglia è un grande attrattore turistico, viene lesa è un danno non da poco e che avrà ripercussioni sull’intero territorio.

«Asporto e delivery va bene per bar e pizzerie, che già lo facevano prima. Potrebbe al massimo andare bene a Bari, città metropolitana, ma non in provincia. Per i ristoranti, esattamente come farò io, sarà meno costoso chiudere totalmente ed aspettare tempi migliori. Altrimenti ci dovremmo caricare anche di consumi di acqua, luce e gas oltre alle tasse imminenti di questo mese – aggiunge Saulle – Non c’è soluzione. L’unica soluzione è la chiusura. Potrebbero, al momento, ristorarci maggiori indennizzi ed interventi sulla locazione. Gli affitti dovrebbero caricarseli i governanti nazionali e regionali. Questi gli interventi di cui abbiamo bisogno, ormai il dado è tratto».

Saulle pensa anche a tutti coloro che perderanno il lavoro ed in particolare agli stagionali assunti dopo il 13 luglio per i quali non è prevista nemmeno la cassa integrazione. «Chi ha avuto la sfortuna di essere assunto dopo il 13 luglio non sarà inglobato negli ammortizzatori sociali – afferma il presidente di Asso Ristoratori – E’ vero che la cassa integrazione è stata prolungata sino a gennaio 2021 ma solamente per i contratti stipulati sino al 13 di luglio, ciò significa che tutti gli stagionali assunti dopo questa data, con questo nuovo lockdown, non prenderanno un centesimo. Serve un nuovo decreto o meglio una consistente iniezione finanziaria tenendo presente la questione degli stagionali».

La speranza è, ovviamente, che tutto ciò non accada e che, soprattutto, fra 15 giorni si possa tornare ad aprire ‘i battenti’. Ma la paura è tanta con questo secondo blocco soprattutto perché già si conoscono gli effetti del primo ovvero il prolungarsi della chiusura con il rinvio della riapertura di mese in mese e i danni economici che si andranno ad aggiungere a quelli già catastrofici.

«Il nostro settore è veramente al disastro totale. Parecchie famiglie avranno grandissimi problemi di sopravvivenza. Al Governo nazionale chiediamo di siglare un patto con il sistema bancario. Oggi il nostro comparto viene percepito come poco affidabile. Se ho bisogno di 10-20mila euro nessuno me li darà perché, secondo gli istituti bancari, siamo meno affidabili rispetto al primo lockdown quando per i prestiti già abbiamo avuto problemi. Ci vuole una iniezione immediata di liquidità altrimenti sarà un’ecatombe. Va aumentata subito la dotazione dei ristori perché i fondi previsti, da dividere fra tutti, saranno giusto una ‘mancia’ quando e se ce le daranno entro il 15 di novembre. Questa ‘mancia’ non basterà nemmeno per pagare le utenze fisse, pur non avendo consumi, quali energia elettrica, gas e acqua».

Le perdite di incasso registrate nel primo lockdown per chi ha chiuso totalmente sono state pari al 100%, per altri sono state intorno al 60-65% a cui bisogna sottrarre spese e tasse. E’ facile capire che «sono rimasti solo i soldi per portare la pagnotta a casa» e per meno persone visto l’alto numero di licenziamenti. Tutti i ristoratori hanno poi subito, oltre al danno della seconda chiusura forzata, pure la ‘beffa’ di doversi dotare inutilmente di dpi e del rispetto del distanziamento per la sicurezza e la riduzione dei posti a tavola. Tutto imposto con la promessa che chi fosse stato in regola avrebbe potuto aprire.

«La questione dei dpi si è dimostrata inutile per i ristoratori. La promessa con l’imposizione di ‘metterci in regola’ con spese sostenute per garantirci l’apertura ed evitare la chiusura, così come era stato detto, non è stata mantenuta – asserisce Saulle – Abbiamo dati di indagine Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi, ndr) che dimostrano che il settore esercizi pubblici incide solamente per il 3% nella curva epidemiologica. Siamo i luoghi più sicuri proprio perché ci hanno imposto, e noi lo abbiamo fatto ben volentieri, di dotarci di dpi. Abbiamo investito anche di più di quanto ci avevano obbligato a fare perché non ci siamo limitati alla sufficienza. Siamo diventati ‘assillanti’ nei confronti dei nostri clienti per la misurazione della temperatura, dell’igienizzazione delle mani, nel rilasciare i dati per eventuali tracciabilità, e via dicendo. La gente ha persino ben accettato questi nostri modi assillanti. E ciò nonostante ora noi chiudiamo mentre si lasciano aperti i centri commerciali sino al venerdì? Che senso ha?».

I ristoratori, dunque, non ci stanno. Questa decisione dei governanti nazionali e locali di chiudere e bloccarli per la seconda volta è davvero percepita come ‘troppo’. Bisogna trovare e subito una soluzione diversa.

Anna Caiati

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