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“Oltre ogni ragionevole dubbio” Fondamentale per la condanna

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Voglio commentare una sentenza del 10 novembre scorso del Tribunale di Bari, Seconda Sezione Penale che ha assolto un imputato in qualità di legale rappresentante di una società, dai reati di dichiarazione dei redditi infedele e omessa dichiarazione per gli anni dal 2009 al 2012.
Piu’ in particolare la pubblica contestava il reato sulla base di un mero indizio, ossia: che l’imputato avrebbe emesso fatture passive per operazioni di acquisto di quantitativi di uva non riscontrabili mediante il confronto con la documentazione giustificativa che avrebbe dovuto essere in possesso dei vari fornitori (peraltro escussi in dibattimento). Tale indizio non trovando alcun riscontro oggettivo e concreto non è risultato idoneo, per il giudice di merito della Seconda Sezione del Tribunale di Bari, a raggiungere la prova e pertanto ha assolto l’imputato con la formula “perché il fatto non sussiste”. In merito, tengo a precisare, che, come più volte affermato dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di valutazione della prova indiziaria ex art. 192, il giudice di merito non può limitarsi ad una valutazione frammentaria e parcellizzata degli indizi, né procedere ad una mera sommatoria di questi ultimi, ma deve valutare, anzitutto, i singoli elementi indiziari per verificarne la certezza (nel senso che deve trattarsi di fatti realmente esistenti e non solo verosimili o supposti), saggiarne l’intrinseca valenza dimostrativa (di norma solo possibilistica) e poi procedere ad un esame globale degli elementi certi, per accertare se la relativa ambiguità di ciascuno di essi, isolatamente considerato, possa in una visione unitaria dissolversi, consentendo di attribuire il reato all’imputato “al di là di ogni ragionevole dubbio” e, cioè, con un alto grado di credibilità razionale, sussistente anche qualora le ipotesi alternative, pur astrattamente formulabili, siano prive di qualsiasi concreto riscontro nelle risultanze processuali ed estranee all’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana.
Con riferimento, invece, al reato di omessa presentazione della dichiarazione il giudice ha ritenuto, di assolvere l’imputato con la formula “perché il fatto non sussiste” in quanto la pubblica accusa non aveva fornito, pur gravando sulla stessa il c.d. onere probatorio, alcuna prova in ordine al predetto reato. In sintesi, secondo questa sentenza, un reato deve essere provato dalla pubblica accusa “oltre ogni ragionevole dubbio” e non sulla base di semplici indizi e di una valutazione frammentaria.

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