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La confisca record (300 milioni di euro) e il ruolo dell’ex pentito barese Cellamare

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C’è un capitolo barese nella maxi confisca record da 300 milioni di euro, 52 società, 20 imprese individuali, una quota societaria, 34 immobili, 6 autoveicoli, 19 rapporti finanziari e numerosi beni mobili quali orologi e preziosi, legata alla mafia capitolina.

Nel provvedimento – che nasce dall’indagine Babylonia dei Carabinieri conclusa con l’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico di 23 indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di appartenere a due distinte associazioni per delinquere finalizzate all’estorsione, usura, riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, fraudolento trasferimento di beni e valori – ci sono anche gli storici bar “Mizzica!” di via di Catanzaro e di piazza Acilia, il locale “Macao” di via del Gazometro frequentato dai vip della movida romana e la nota catena di bar “Babylon cafe”.

Il capitolo barese gira attorno alla figura di Giuseppe Cellamare, figura camaleontica nel mondo della criminalità, deceduto tre anni fa. Nella variegata mappa dei clan baresi, gli investigatori lo inseriscono nel clan Anemolo che opera tra Carrassi e Poggiofranco, con ramificazioni a Carbonara e Ceglie. Poi, il salto di qualità nel contrabbando di sigarette, con i brindisini Benedetto Stano e Santo Vantaggiato, gli affari sull’altra sponda dell’Adriatico, il Montenegro, fino all’arresto e al ruolo di collaboratore di giustizia. Erano gli anni dei guadagni facili e delle latitanze d’oro. Il programma di protezione (abbandonato nel 2006) lo porta a Monterotondo, alle porte della Sabina, comune di 50mila abitanti.

Qui, però, Cellamare – secondo le indagini – crea un clan, fotocopia di quello barese, richiamando ex affiliati degli Anemolo, uomini di fiducia specializzati nel compiere spedizioni punitive contro le vittime di usura ed estorsioni.  Nella struttura, nei metodi e, soprattutto, in quella che i carabinieri definiscono nella “violenza connotata”, incrementata dalla ingente disponibilità di armi ed esplosivi. Grazie al clan, Cellamare controlla tutto il Nord-Est romano dalla sua base operativa, attraverso intimidazioni, pestaggi, sequestri lampo, spari contro abitazioni, attentati incendiari, minacce per il recupero dei crediti. Una delle persone prese di mira, costretta ad abbandonare Monterotondo, viene rintracciata, seguita e minacciata più volte in pieno giorno nel luogo in cui si era rifugiata con i familiari: “Tu oggi muori, Sergio, oggi ti avviso, ti ammazzo come un cane… oggi a tutti e due vi porto in campagna”. 

L’obiettivo? Reinvestire i guadagni delle attività illecite in operazioni economiche legali: acquisizione di beni immobili, apertura di esercizi commerciali come bar, ristoranti e sale slot. Per far questo Cellamare, in affari con Gaetano Vitagliano, il boss del gruppo di Roma, vicino agli scissionisti della camorra napoletana, si avvale dell’imprenditore Andrea Scanzani, figura chiave dell’indagine, ritenuto il “punto di unione” tra le due organizzazioni criminali e di una rete di professionisti compiacenti, notai, funzionari di banca, commercialisti. Una task force creata per attivare canali di investimento mirati ma soprattutto per evitare qualsiasi controllo, schermando soldi e beni ricavati grazie ad una serie di società finanziarie. Una rete che però è stata smantellata con una confisca record.

Nani Campione

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