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La baresita’ e la pubblica amministrazione

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I molti che hanno avuto la sventura di vivere la vicenda di Punta Perotti hanno ben scolpito nei loro retropensieri una valutazione chiara: la responsabilità del pasticcio è del 30% delle imprese costruttrici e del 70% dell’apparato politico-burocratico. La giustizia umana ha poi riconosciuto che le imprese proprietarie dei palazzi demoliti erano state illecitamente spossessate ed espropriate di un loro bene e quindi vanno risarcite. Ha pagato qualcuno dei burocrati? No! Il costo del pasticcio è stato riversato sulle spalle del contribuente che, si sa, non ha difensori e quindi subisce silentemente.Però è rimasto l’amaro in bocca e il senso di ingiustizia e irresponsabilità della Pubblica Amministrazione intimidisce coloro che devono mettere mani al portafogli per iniziare o continuare una attività commerciale o artigianale. Così, anche per questa plateale ingiustizia molto ben rappresentata dai media, la parte privata della società specie barese (ma non solo) si è bloccata o ritratta. Tutti i luoghi simbolo della città sono stati così occupati dalle imprese del Nord Italia e Nord Europa che possono fronteggiare tale protervia pubblica mentre i nostri giovani si rassegnano a divenire mercenari di tali imprese. Gli aneliti di vitalità e creatività di giovani e meno giovani vengono tenuti nascosti e vengono percepiti quasi come una vergogna. La città è bloccata e la baresità -una volta intraprendente- si rimpicciolisce e si trasferisce in zone semi periferiche, non si tramanda alle nuove generazioni, i padri inducono i figli a non continuare nella propria attività e quindi quella baresità finisce o rimane affidata alle orecchiette e alle focacce.
Essendo irresponsabile delle proprie malefatte la nostra burocrazia continua imperterrita e chiude attività ree di aver violato questo o quel cavillo normativo. Non vogliamo entrare nel merito dei singoli casi come quello dei bar sul lungomare Barese, ma sappiamo che un padre che scopre il figlio a compiere una cosa aberrante non gli taglierà una mano o la testa ma cercherà con tutte le sue forze di spiegargli, convincerlo e correggerlo; invece da noi si chiudono le attività esistenti; cioè si sottraggono agli imprenditori i mezzi della loro attività per loro e per i loro dipendenti; mezzi da loro stessi creati e pagati: come tagliargli le mani. Può una Legge prevedere questo? È possibile sottrarre una proprietà a qualcuno? Peraltro necessaria al lavoro lecito? Certamente no! Cicerone molto tempo fa scolpiva in “de republica” (che sarà poi uno dei fondamenti della civiltà non solo giuridica occidentale) che esiste un diritto naturale che nessuno mai potrà cancellare e chi lo dovesse fare “rinnegherà la sua stessa natura di uomo e espierà pene grandissime”; il diritto a lavorare, alla proprietà, al movimento, … sono il fondamento della vita; negarli o anche solo condizionarli significa spingere la gente all’inedia o alla delinquenza; se poi si esagera come hanno fatto i comunisti e i fascisti non la fa franca nessuno!
I comunisti cinesi che non avevano (e ancora non lo hanno ben chiaro) nel loro ordinamento il diritto di proprietà hanno pensato di introdurlo recentemente e, grazie a ciò, sono divenuti ricchissimi. Noi invece che lo abbiamo inventato, vediamo che i nostri politici lo limitano nell’uso e nella disponibilità; lo tassano, lo perseguitano, lo offendono, … ne avremo -come l’anatema di Cicerone molto bene descrive- un disastro biblico! Che subiremo tutti!

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