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Arpad Weisz, il tecnico biancorosso morto in un lager nazista

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Il calcio non lo salvò. Árpád Weisz, geniale allenatore ungherese di origine ebraica, primo allenatore in serie A del Bari, è una delle tante vittime dell’Olocausto. Una storia, la sua, poco conosciuta dalle nostre parti. Lui era una specie di Mourinho degli anni Trenta. Aveva vinto lo scudetto con l’Inter (ribattezzata dal regime fascista Ambrosiana) e scoperto un giovanissimo talento, Peppino Meazza, quando il presidente biancorosso Liborio Mincuzzi, lo convinse ad allenare nella città di San Nicola. Il Bari rischiava di retrocedere. Il tecnico si stabilì in una casa in via  Podgora, a due passi dal Campo degli sport e portò alcune significative innovazione nell’utilizzo di giocatori come Gay e Bisigato. I galletti, al termine di uno spareggio col Brescia, restarono nel massimo campionato. La felicità del presidente Mincuzzi fu tale, da regalare a ogni componente della rosa, un biglietto da mille lire. E a missione compiuta Weisz, con la moglie Elena e i figli Roberto e Clara, approdò al Bologna dove vinse due scudetti. Erano i tempi della squadra rossoblu che “tremare il mondo fa”.

Ma un ebreo non può restare nell’Italia delle leggi razziali. Così la famiglia Weisz trovò rifugio prima in Francia e poi in Olanda. Arpad, una discreta ala sinistra, voleva solo allenare. E ci riusciva fin troppo bene, visti i risultati. Così la squadra di giovani studenti del Dordrecht arrivò a misurarsi con i campioni dell’Ajax e del Feyenoord, colossi del calcio olandese. I fantasmi dell’odio però sembravano inseguire la famiglia del tecnico ungherese. I tedeschi occuparono la terra dei mulini a vento nel 1940. L’anno successivo le autorità vietarono a Weisz di allenare. Fino a quando non fu arrestato, all’alba del 2 agosto 1942, con la famiglia. Moglie e figli finirono deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove morirono. Lui invece sopravvisse fino al 31 gennaio 1944. Il Comune di Bari, accogliendo la richiesta dei Veterani dello sport, gli ha dedicato una strada nei pressi dell’antistadio.  

Nani Campione

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