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Mafia nigeriana, la roccaforte del quartiere Libertà

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Quanti sono,  non lo sa nessuno. Sicuramente sono tanti. Perché la mafia nigeriana ha bisogno di boss e di soldati per radicarsi sul territorio, controllarlo, sedersi al tavolo con i clan autoctoni per siglare accordi. Una specie di autorizzazione a gestire gli affari, soprattutto riciclaggio di danaro, prostituzione e spaccio di droga. La roccaforte è il quartiere Libertà. La zona verso il vecchio palazzo di giustizia, quella dove bassi, scantinati e appartamenti degradati non li vuole più nessuno. In questo l’anima levantina dei baresi ha avuto la meglio. Fittano a cifre esorbitanti locali che nessuno vorrebbe neanche gratis. Ai nigeriani, invece, servono. E i ragazzi di Benin City (la capitale) aumentano numericamente. Certo, conoscendo la burocrazia e le sue ferree regole, non è difficile ipotizzare un livello di complicità nell’ottenere autorizzazioni, permessi, nulla osta. Servizi come luce, acqua e gas, per essere attivati, hanno bisogno di documenti in regola, contratti, nomi e cognomi. O di prestanomi. Lo stesso vale per i fitti. In questo contesto di illegalità e di omertà diffusa, di controllo delle politiche dell’accoglienza, la mafia nigeriana si rigenera, all’ombra del clan Strisciuglio, quello dominante. Le inchieste hanno dimostrato la pericolosità e la violenza della criminalità africana. A Bari, uno dei capisaldi, imperversa quella soprannominata “Ascia nera”.  Ma stanno aumentando anche i Vikings e gli Eiye, i primi più numerosi, i secondi più violenti. Il lavoro degli investigatori  ha sollevato il velo sui riti di affiliazione, simili a quelli delle altre mafie, sulle spedizioni punitive con armi da taglio. Poi ci sono il traffico di clandestini, il controllo all’interno del Cara di Palese, l’accattonaggio davanti ai supermercati, la violenza nei confronti di chi sgarra. Le donne, in particolare, sono trattate come schiave. Illuse con viaggi della speranza alla ricerca di un futuro migliore e poi costrette ad alimentare il mercato di sesso e droga. Perché se c’è una richiesta, ci sarà sempre una domanda. Equazione banale, ma realistica.

L’ultima operazione della Direzione distrettuale antimafia si è conclusa con 32 arresti.

Il sociologo Leonardo Palmisano, minacciato di morte per il suo impegno contro la mafia nigeriana, parla di “brutale intelligenza”. Il volto più conosciuto dai baresi dell’Ascia nera, forse, è quello delle risse per strada che hanno più volte seminato il panico. In realtà i nigeriani si affrontano a colpi di machete e di coltelli per regolare i conti, stabilire le supremazie, decidere chi comanda. Sotto gli occhi di tutti. I don sono i capi locali e possono ricevere anche uno stipendio di 35mila euro ogni tre mesi, le maman si occupano di gestire la prostituzione, i cult sono i clan.
Una dimostrazione di controllo del territorio alla luce del sole. Perché anche polizia e carabinieri, quando intervengono, lo devono fare in forze. Altrimenti i rischi aumentano. Nessuno lo ammetterà mai. Ma si preferisce che il tempo diluisca i bollenti spiriti perché è facile che i duellanti, alla vista delle forze dell’ordine, decidano di scagliarsi contro queste ultime. Un errore di valutazione, considerare solo simili episodi come legati all’ordine pubblico.

I tentacoli della mafia nigeriana arrivano anche nelle nostre carceri. A sfogliare il rapporto Antigone, sul sistema penitenziario, l’8 per cento della popolazione carceraria è nigeriana e i nigeriani affiliati alle quattro grandi cosche africane – Cult eiye, Black axe, Viking e Mefite – hanno sopraffatto le organizzazioni mafiose e criminali storiche italiane nel controllo dei detenuti. Il copione vale anche per casa nostra: un reato su cinque tra quelli commessi dagli stranieri e targato Nigeria. Fred Iyamù è il gran ibaka, la traduzione è capo dei capi. Arriva in Italia nel 2006 con un barcone, sposa una ragazza barese, ottiene la cittadinanza tricolore e viene arrestato a Cagliari. La sua missione? Secondo la Polizia, sostituire Osahenagharu Uwagboe, soprannominato Sixco, il numero uno dei Black axe, finito in manette a Verona. La struttura è verticistica, piramidale.

Le cifre ufficiali degli ingressi raccontano di un fenomeno in espansione. Dal 2017 ad oggi in Italia sono state presentate 70mila domande di asilo, un quinto da minorenni, specialmente ragazze. Quelli regolarizzati a Bari, nell’ultimo censimento, appena 470. Un numero quasi ridicolo. Tutti gli altri come vivono?

Il nuovo capo della Squadra mobile, Filippo Portoghese, si è insediato la settimana scorsa. E ha puntato subito il dito contro la pericolosità della mafia nigeriana: “E’ una mafia radicata nel quartiere Libertà, che va tenuta sotto controllo”.

Due settimane fa un centinaio di nigeriani festeggiava, in violazione delle norme anti Covid, in un bar gestito da due africani, entrambi pregiudicati. All’arrivo della Polizia, fuggi fuggi generale. Le autorizzazioni chi le ha rilasciate? Per la cronaca il locale è stato chiuso per cinque giorni. E torniamo alla zona grigia di complicità, omertà e sotto valutazione che favorisce l’Ascia nera.

Nani Campione  

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