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In trincea contro il Covid, 100 infermieri rischiano di andare a casa

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Non hanno esitato a scendere in prima linea per combattere il Covid. Sono i “ragazzi del ‘97”, una generazione di giovani infermieri che ha affrontato la Pandemia con impegno, dedizione e professionalità, quando ancora si conosceva poco del virus.

V.Q. è uno di loro. Ha risposto ad un avviso pubblico dell’Asl di Bari per un impegno di 36 mesi. E oggi corre il rischio di essere messo da parte, perché la burocrazia ha le sue regole, diverse da quelle del buon senso. La sua storia è la stessa di un centinaio di infermieri. Tutti, molto probabilmente, destinati a rincorrere di nuovo il lavoro. Nonostante l’esperienza maturata e la carenza di personale specializzato.

Eccola, la storia.

Partiamo dalle iniziali. Una procedura atipica per chi ha scelto di parlare…

“Guardi, la storia è paradossale e sconcertante. Abbiamo avuto pressioni per non parlare con nessuno. Altrimenti potrebbero esserci conseguenze. V.Q. è una specie di scudo di protezione. Non vorrei che al danno si aggiungesse la beffa”.

Torniamo all’inizio della storia?

“Rispondo ad un avviso pubblico. Sia chiaro, sapevo a cosa andavo incontro. Cioè che tutto sarebbe prima o poi finito. Ma non ci ho pensato due volte. Scendere in campo lo ritenevo un dovere. Per 10 mesi ho affrontato, con altri colleghi, il Covid nel periodo più critico della pandemia. Quando nessuno sapeva come comportarsi. Ero all’ospedale Di Venere nel reparto di osservazione e di pre triage”.

Come è andata?

“Un lavoro duro, impegnativo. Niente ferie, nessuno che ci voleva dare il cambio, qualcuno di noi si è anche ammalato e abbiamo effettutato i doppi turni per non mettere in crisi il meccanismo dell’assistenza. A marzo il contratto scadrà”.

Quindi?

“Chiediamo chiarezza. Quale sarà il nostro destino? Andremo a casa o saremo riutilizzati? Abbiamo il diritto di saperlo. Nel frattempo l’Asl di Bari ha assunto per 36 mesi altri infermieri neolaureati. Inesperti. Che devono ricominciare da zero. Nella delibera datata 10 novembre firmata dal direttore generale si affrontava il discorso dell’allineamento, sempre a 36 mesi, del personale già in servizio. Con quali modalità? Mistero. Poi è spuntato il concorsone da 556 posti sparsi su tutta la Puglia. Parteciperanno alle selezioni in 17mila. Le sembra normale?”.

Potrebbe partecipare anche lei?

“In piena pandemia, senza una banca dati, con argomenti buttati alla rinfusa e date comunicate meno di un mese dalla convocazione? I libri da studiare sono di almeno 1000 pagine. Solo questa settimana ho due turni di notte, roba da 10 ore di lavoro a turno. Quando mi preparo? Perché non far valere anche l’esperienza accumulata in questi mesi? Il periodo trascorso in trincea non è servito a nulla? Un minimo di riconoscenza. Oppure la chiarezza di sapere se siamo dentro o fuori. Così uno si regola”.

Chi vi trattiene?

“Ufficialmente nessuno. C’è quel passaggio nella delibera, ci sono i rumors, i si dice. Forse prorogano il contratto, ti conviene non mollare, ci rispondono. Forse… La chiarezza non costa nulla. Non possiamo restare appesa ad un filo sottilissimo che potrebbe spezzarsi. Un esempio? Ero stato chiamato dall’Asl Bat. Dovevo decidere in un giorno. Non è stato facile. I disagi degli spostamenti, ancora la precarietà da una parte. Dall’altra, forse, una sistemazione meno complessa logisticamente. Ho detto no alla Bat. E aspetto: la delibera c’è o non c’è?”.

Vi siete rivolti ai sindacati?
“Sì. Il quadro è diventato ancora più confuso: c’è chi si sta ancora informando. Siamo senza parole e ormai quasi rassegnati ad andare a casa. Anche se abbiamo dato davvero l’anima”.

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