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Non c’è futuro senza memoria: il Movimento 24 agosto in prima linea per il riscatto del Mezzogiorno

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Quando si parla di Giornata della memoria, la prima data che ci viene in mente è senza dubbio il 27 gennaio, in cui il mondo intero commemora le vittime della Shoah. C’è poi un’altra ricorrenza peculiare della nostra nazione, ossia il Giorno del ricordo, che dedica il 10 febbraio ai massacri delle foibe e all’esodo giuliano-dalmata. Esiste però un terzo anniversario, proprio a pochissimi giorni di distanza, che la maggior parte degli italiani non conosce o non ritiene importante.
«13 Febbraio: Giorno della memoria per le vittime Meridionali dell’unità d’Italia. Per ricordare le vittime innocenti dell’annessione al Piemonte. Quale futuro per chi non ha memoria?». Parole pesanti come pietre, accompagnate da immagini altrettanto forti, che ci lasciano un po’ spiazzati, specie se la storia che abbiamo sempre studiato non ci permette di comprenderle a fondo. E’ questo che si legge su due maxi cartelloni affissi a Bari, uno presso il ponte di via Omodeo e l’altro in corso Vittorio Veneto. Figura anche una citazione dello scrittore meridionalista Nicola Zitara: «La consapevolezza del passato ci aprirà gli occhi e ci permetterà di guardare al futuro».
A promuovere l’iniziativa è il Movimento 24 agosto – Equità territoriale, una realtà nata nel 2019 in Basilicata e oggi in forte espansione, con l’obiettivo di analizzare il divario tra Nord e Sud e di lottare affinché tutti abbiano le stesse opportunità di sviluppo. Ne parliamo con Crocifisso Aloisi, referente regionale del M24a per la Puglia.

Dott. Aloisi, che cosa rappresenta la data del 13 febbraio per la storia italiana e in particolare per la storia del Mezzogiorno?

«La data del 13 febbraio 1861 rappresenta storicamente la caduta di Gaeta, cioè dell’ultima roccaforte di resistenza del Regno delle due Sicilie, che si arrese dopo un’estenuante periodo di assedio e di bombardamenti da parte delle truppe piemontesi.
Il Consiglio regionale della Puglia, nella seduta n. 66 del 04 luglio 2017, ha deliberato quasi all’unanimità (3 contrari e 2 astenuti) l’istituzione della “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’unità d’Italia”, che dovrà essere celebrata il 13 febbraio di ogni anno».

L’affissione di questi cartelloni è la prima iniziativa del Movimento 24 agosto nella città di Bari?

«Questo è il secondo anno che ci ha visti impegnati, come M24a, nell’organizzare questa ricorrenza a Bari e in molte città e paesi della Puglia. Speriamo che il sindaco di Bari, così come sta già accadendo in altri comuni pugliesi, abbia il coraggio di rendere ufficiale questa ricorrenza visto che nasce da un atto approvato dalla massima assise politica regionale».

Chi sono le vittime innocenti dell’annessione al Piemonte e come mai i libri di storia, ma anche i media, danno loro così poca rilevanza?

«Guardi, le riporto alcuni pezzi scritti in tempi non sospetti (rispetto all’attuale diatriba tra alcuni storiografi ufficiali e coloro che stanno facendo emergere, con la forza dei documenti, un’altra storia) da un signore del calibro di Antonio Gramsci:
“[…] l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una ‘piovra’ che si arricchiva alle spese del Sud e che il [suo] incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. […] Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto ‘disciplinato’ con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini, misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli ‘intellettuali’ o ‘pagliette’, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permesso di saccheggio impunito delle amministrazioni locali […]”.
Nella sua analisi Gramsci, ma non solo lui, ha demolito la ‘verità’ storica ufficiale, quella costruita dalla censura militare sabauda e tramandata fino ai nostri giorni direttamente nei libri di testo scolastici. L’inerzia e la complicità delle istituzioni nazionali, ma anche la pigrizia mentale dei cosiddetti intellettuali, figli essi stessi di quella cultura collaborazionista verso l’invasore militare piemontese tramandata fino ad oggi di generazione in generazione senza soluzione di continuità, ha contribuito a permeare nella mente degli italiani quella narrazione figlia della censura militare sabauda.

L’unità d’Italia fu fatta da chi credeva in un ideale ‘patriottico’ (ma chi partecipò mosso da questi ideali si rese subito conto di essere stato ‘usato’ per fini meno nobili e più assimilabili al concorso indiretto in pirateria e razzia delle risorse dell’ex Regno delle due Sicilie) e da chi invece voleva risanare i propri conti pubblici (Piemonte) scaricando i propri debiti sul nuovo regno con la forza delle armi. Fu una specie di rapina aggravata e a mano armata.
Contro questa ‘invasione’ si oppose un esercito (i cui vertici non erano tutti ‘affidabili’ visto che molti furono ammorbiditi e avvicinati dai nuovi signori e dal nuovo ordine che era stato pianificato) e soprattutto una rivolta per lo più fatta da civili e alcuni reparti dell’ex esercito borbonico, che dettero vita ad un ulteriore decennio di scontri avvenuti per lo più nelle campagne e sulle colline di tutto il Sud. Furono coloro che la storiografia ufficiale continua a chiamare ‘briganti’, ma che potremmo tranquillamente considerare come dei partigiani difensori della propria gente. Quel decennio di guerra civile fu represso in modo spietato sia con la forza dell’esercito, con fucilazioni e deportazioni di massa in tante prigioni/lager del Nord, il più famoso dei quali fu il carcere di Fenestrelle in Piemonte, e sia con la forza di leggi speciali come la famigerata ‘Legge Pica’, che dette libero arbitrio alle forze militari piemontesi nelle operazioni militari sul campo.
Credo sia necessario un approfondimento della faccenda da parte di ognuno di noi: la verità unisce, la menzogna divide e prima o poi emerge sempre».

E’ ragionevole pensare che, se non fosse avvenuta l’invasione piemontese, il Mezzogiorno non sarebbe sprofondato in una tale condizione di sottosviluppo?

«Ci sono molte teorie a proposito. I più allineati alle cosiddette versioni ufficiali tendono a denigrare ciò che è stato il sistema statale, sociale ed economico del Regno delle due Sicilie. Nelle analisi che si fanno oggi occorrerebbe contestualizzare tali analisi in quel periodo e confrontarle con altre realtà, non solo italiane ma anche europee. È un discorso molto complesso, difficile da sintetizzare in poche battute, che si presterebbe a strumentalizzazione certa. Consiglio la lettura di un pezzo illuminante e, da tanti punti di vista, anche super partes: quello di Morya Longo sul Sole 24 Ore del 17 marzo 2011, in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, dal titolo eloquente “Nord, padre del debito pubblico”».

Com’è nato il Movimento 24 agosto? Su quali ideali si fonda e quali obiettivi persegue?

«Il nostro Movimento è nato il 24 agosto 2019 al Parco della Grancia, vicino Potenza. La causa scatenante di questa tumultuosa cavalcata è stato il pericolo di elezioni anticipate che allora si prospettava visto che Salvini voleva dare una spallata al primo governo Conte, forte dei sondaggi. Il nostro presidente Pino Aprile, da sempre restio nell’intraprendere una simile avventura politica con un vero e proprio movimento politico, lanciò un appello pubblico rivolto a tutti coloro che avevano a cuore le sorti del nostro Sud per incontrarci e decidere come muoverci.
L’obiettivo principale era fermare a tutti i costi i propositi di regionalismo differenziato che buona parte della classe politica (i maggiori partiti nazionali, da Forza Italia al Pd passando per il Movimento 5 stelle, oltre alla Lega) era in procinto di concedere a Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Tenga presente che oltre a queste 3 regioni, anche altre regioni del Nord si apprestavano a chiedere la stessa cosa, e ciò sarebbe stato fatale per tutto il Sud in generale e per le future generazioni, perché avrebbe reso strutturale e istituzionale un divario territoriale che si è ingigantito a partire dalla riforma del titolo V della Costituzione del 2001.
Grazie all’incessante campagna mediatica e politica siamo riusciti a fermare quel pericolo imminente per tutti noi meridionali. Il Movimento è riuscito ad incanalare e a dare risalto mediatico alle tante voci, anche di figure importanti e del mondo universitario, che da diversi mesi parlavano del pericolo di questo regionalismo differenziato. Pericolo che per adesso è stato fermato e congelato, ma non ancora eliminato del tutto.

L’ultima importante battaglia che abbiamo imposto all’agenda politica nazionale è il tema della ripartizione dei fondi del Recovery Fund in base ai 3 parametri di calcolo europei che, dati alla mano, assegnerebbero alle regioni meridionali e alle aree interne soprattutto della dorsale appenninica una percentuale del 70% circa dei 209 miliardi di euro. Siamo stati i primi a fare i calcoli in base a quanto richiesto dall’Ue con i 3 parametri.
Non è difficile riscontrarlo, basta andare a vedere cosa scrivevamo già a giugno scorso dalle nostre pagine Facebook, dal nostro blog, dai diversi articoli pubblicati in svariate riviste online e dai numerosi articoli del nostro grande Lino Patruno, giornalista di punta della Gazzetta del Mezzogiorno (per restare nella nostra Puglia). E’ anche interessante vedere cosa scrivevano nel contempo i tanti politici locali meridionali, quelli che oggi si troveranno probabilmente a gestire una quantità eccezionale di risorse pubbliche e che, senza la nostra azione, stavano passivamente accettando quanto sarebbe rimasto della prima versione della redistribuzione del Recovery Fund, al netto delle risorse che il ‘Partito unico del Nord’ (così lo chiamiamo) era in procinto di accaparrarsi.
Ricordo che la scorsa estate, a poche settimane dal voto regionale, alcuni importanti politici pugliesi parlavano di 8 miliardi di euro del Recovery Fund destinati alla Puglia. Oggi, grazie soprattutto alla nostra attenzione e pressione durata molti mesi, il governo nazionale è stato costretto ad andare più cauto nel tentativo di scippo delle risorse del Recovery Fund destinate al Sud e, da quel che si legge, oggi per la Puglia si parla di circa 18 miliardi di euro (tuttavia ancora ben al di sotto della quota spettante).
Siamo stati i primi, dicevo, a fare questi calcoli. Ma siamo stati, e lo siamo ancora, sempre ‘ufficialmente’ ignorati dai media e dalla politica nazionale, tranne alcune rare eccezioni: oggi finalmente tutti parlano di una più corretta ripartizione del Recovery Fund, ma i tentativi di ridurre la quota del 70% sono costanti e sempre in agguato, facilitati da una classe politica meridionale che in molti casi si dimostra collaborazionista con il ‘Partito unico del Nord’. È bene chiarire che ogni proposta di riduzione o accettazione di quote inferiori al 70% rappresenta un ulteriore scippo di risorse ai danni di milioni di meridionali. Rappresenterebbe, per l’entità della somma, il terzo furto del millennio ai danni del Sud».

Il Movimento registra oggi una larga adesione?

«Come ho già spiegato, il Movimento ha avuto un inizio e un prosieguo tumultuoso: ricordo che i primi venti giorni di quel settembre 2019 arrivavano quotidianamente, alle nostre pagine e al blog, centinaia di messaggi di richiesta di notizie e adesioni che ci hanno letteralmente spiazzato. Oggi siamo presenti in quasi tutte le regioni italiane, ovviamente con presenze più importanti nelle regioni del Sud. A tal proposito posso dire che la nostra regione, la Puglia, è quella con più iscritti e attivisti grazie al contributo di tutte le 6 province, con la provincia di Foggia che fa la parte del leone».

In che modo il Movimento è presente nella città di Bari?

«Il nostro Movimento è presente nella città capoluogo con un bel gruppo: attivisti e iscritti che sono sempre pronti a collaborare e a dare una mano, come accaduto in quest’ultima iniziativa per i due cartelloni, che è stato possibile realizzare grazie all’autofinanziamento. Certo, questa situazione di pandemia ha reso tutto molto più difficile perché ha azzerato la possibilità di incontri pubblici, che sono fondamentali per un movimento come il nostro».

Quale ruolo ricopre lei nel Movimento?

«Sono uno dei fondatori del Movimento, faccio parte del Direttivo nazionale e in Puglia ho ricevuto da Pino Aprile l’incarico di rappresentare il Movimento a livello regionale. Un impegno che cerco di onorare in tutti i modi grazie alla collaborazione di tutti gli iscritti e i dirigenti regionali. Il processo intrapreso è ormai irreversibile e obbligato: la Questione meridionale non solo è ancora aperta, ma si sta aggravando sempre di più con il rischio di sgretolare l’intero Paese».

Per conoscere meglio il Movimento 24 agosto: movimento24agosto.itm24a.barieprovincia@gmail.com

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