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“Io, il cacciatore di invisibili vi spiego perché la gente svanisce nel nulla”

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Lui è un cacciatore di invisibili. Perché svanire nel nulla, si può. Volontariamente o in maniera coatta. Antonio La Scala, avvocato, snocciola i dati e le storie delle persone scomparse, come se fossero i granelli di un rosario laico. E segue alcuni dei casi più incredibili, da Mauro Romano, il bambino di Racale del quale mancano notizie da 44 anni, a Daniele Potenzoni, il signore disabile mentale salito su un vagone della metropolitana a Roma, per sbaglio, mentre andava in gita ad una udienza del Papa sei anni fa.

La dote di La Scala? La determinazione. Per qualcuno è testardaggine. Non si arrende mai. Ogni mese in Italia spariscono 1.600 persone, di un terzo delle quali non si sa più niente, anche se la forbice tra scomparsi e ritrovati si restringe. In Puglia al 31 dicembre 2020 non si trovano 4.344 persone, cento in più rispetto all’anno precedente, delle quali 3.574 minorenni. Uno su quattro diventa irrintracciabile. I dati proiettano la nostra regione al sesto posto in Italia con il 6,24 del totale delle denunce presentate. Bari è in testa in questa classifica degli “invisibili”: in 46 anni gli scomparsi sono 6.533, 2.801 minorenni, il 75 per cento tra i 15 e i 17 anni. Ancora dati: nel capoluogo pugliese è stata denunciata la scomparsa, negli ultimi 13 anni, di 4.172 persone (2.921 italiani, 1.251 stranieri), 746 delle quali non ritrovate.

Che fine fanno?

Gli adolescenti stranieri cercano il ricongiungimento familiare fuori dal nostro Paese. La bassa percentuale di ritrovamenti è spiegata anche dal mancato aggiornamento delle banche dati internazionali.

Per i minorenni italiani spesso, tra matrimoni misti,  separazioni e i divorzi, la sottrazione da parte di un genitore senza il consenso dell’altro si trasforma in un allontanamento dal domicilio, con tutte le implicazioni del caso.

Gli adulti si possono allontanare volontariamente. Spesso la motivazione è l’incapacità di sostenere un fallimento, lavorativo o affettivo. Non tutti – come fantastica l’immaginario collettivo – fuggono su un’isola caraibica o con l’amante. Lo scenario è caratterizzato nella stragrande maggioranza delle storie da solitudine, disperazione, debolezza, sofferenza.

Comunque, prima scattano le ricerche, prima la storia si può concludere con un lieto fine. Perché oggi i meccanismi di ricerca sul territorio si sono affinati, sono meticolosi, efficaci. Se diventano, però, tempestivi. La denuncia può essere anche telefonica e va confermata per iscritto nell’arco di 72 ore, non solo dai parenti, ma da chiunque ritenga si possa essere verificato un allontanamento anomalo.

I piani provinciali di ricerca, ad esempio, mobilitano forze dell’ordine e volontari in maniera tempestiva. Le prime 48 ore sono fondamentali per capire davvero la soglia di allarme e intervenire. Poi, diventa tutto più difficile. Esistono protocolli per ospedali, stazioni ferroviarie, case di cura. Con la vita media che si allunga e con l’aumento delle malattie neurodegenerative, cresce il fenomeno degli anziani che “si perdono”: in Italia sono 1.380, un fiume in piena in grado di travolgere intere famiglie.

Il caso più emblematico a Bari è quello di Antonio Loconsole, 72 anni, pensionato dei vigili del fuoco. E’ uscito di casa il 4 agosto del 2006. Ed è scomparso. Inghiottito dal buco nero. Oggi la figlia, Annalisa, è l’attuale presidente dell’associazione Penelope Puglia, punto di riferimento nazionale per i familiari dell’esercito di “invisibili”. La Scala, delegato nazionale, spiega: “Potrebbe essere diventato un senza tetto da qualche parte in Italia. Ricordiamoci che è senza memoria, senza documenti. Non è un pregiudicato quindi non c’è traccia nei casellari giudiziari dove si conservano le impronte digitali. Magari vive grazie agli aiuti della Caritas”.   

C’è un altro aspetto che colpisce. Il numero di cadaveri  senza nome, 59, in attesa di una identità. Sembra incredibile, ma nessuno li riconosce. Li chiamano gli scomparsi al contrario, perché il corpo c’è, ma non si sa di chi sia. In questo caso la banda dei dati del Dna potrebbe rappresentare la chiave di volta. Uno strumento indispensabile – più volte chiesto a gran voce dall’associazione Penelope – studiato in modo da raccogliere i profili genetici dei criminali e dei parenti degli scomparsi, raccolti dagli esperti di Polizia e Carabinieri, in caso di richiesta specifica. Il paradosso? Il contenuto (i dati) c’è, manca il contenitore (un sistema unico e centralizzato). Dal 2009 esiste una legge dello Stato che prevede una struttura unica. Ma nessuno la fa rispettare. Così il Ris e la Scientifica vanno avanti con le proprie banche dati, mentre i parenti aspettano notizie che molte probabilmente non arriveranno mai.

Nani Campione

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