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Lolita Lobosco fa il pieno di ascolti in tv ma divide i baresi: quella cadenza non si può ascoltare

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Lolita Lobosco? Piace a metà. Nonostante la miniserie con Luisa Ranieri nei panni del vicequestore – protagonista dei libri di Gabriella Genisi – abbia tenuti incollati davanti al piccolo schermo 7,5 milioni di spettatori (31,8 per cento di share), molti baresi sono rimasti perplessi. Perché la cadenza e l’accento degli attori, con una interpretazione tutta personale del nostro dialetto, forzata, inverosimile, grottesca, assomigliava più ad una parodia dei film di Lino Banfi.
 E il palcoscenico virtuale del web si accende. Polemiche in quantità, non solo per i dialoghi. Non sono piaciuti i luoghi comuni buoni per tutte le stagioni, anche se sono ormai diventati una specie di biglietto da visita della baresità, esportati in tutto il mondo, dai panzerotti alla birra. Forse è bene ricordare come orecchiette, focaccia e cime di rape, ad esempio, abbiano fatto parte del promo “Il volto di una città è fatto dalle sue culture” col quale Bari si candidò a Capitale italiana della cultura.  

Gli intenditori aggiungono, tra le critiche, la sceneggiatura troppo lenta, la fotografia e il montaggio ritenuti insufficienti. Occasione mancata, dunque o missione compiuta, vista la partenza col botto in termini di audience? Nel bene e nel male, Bari fa parlare, incuriosisce.
E’ la storia del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Dipende da quale punto di vista si osserva. La città si è mostrata in tutta la sua bellezza, in prima serata, su Rai uno. Un mega spot. Se questo era l’obiettivo, è stato centrato al primo colpo. Il sindaco, Antonio Decaro, su Facebook si è detto “orgoglioso: Bari è bellissima anche in tv”. Senza commentare le polemiche. Le immagini del lungomare hanno fatto soprattutto breccia nei tanti baresi sparsi in lungo e in largo per il Belpaese, rispolverando il virus della nostalgia. Le riprese hanno interessato Monopoli, Fasano, Polignano e Putignano per 12 settimane, da giugno ad ottobre dell’anno scorso.

Festeggia Apulia Film Commission che ha contribuito alla buona riuscita delle quattro puntate con 500mila euro, sventolando i dati di ascolto e il riconoscimento di miglior esordio di fiction della stagione. Leonardo Palmisano, sociologo, scrive sul web in difesa di Lolita: “Io amo le fiction perché mi danno certezza nella serialità. Ci sono fiction dal carattere dichiaratamente realistico o surrealistico, e fiction di atmosfera. Pretendere localmente realismo da una miniserie tratta da una serie di polizieschi non realistici è come pretendere che una serie televisiva tratta dai Maigret di Simenon, che diversamente da Scerbanenco non ha mai fatto della sociologia in giallo, possa aver davvero restituito una realistica pariginità. Bari è quel posto dove l’intellettualismo provinciale di alcuni è così spinto che pretende realismo e fedeltà linguistica da una gradevole fiction di atmosfera. Il mondo, televisivo, è bello perché vario.
Meno contento, l’ex assessore alla cultura della città pugliese Silvio Maselli: “È come se vent’anni di affrancamento dalla lingua assurda di Lino Banfi, contro la quale abbiamo combattuto con ogni nostra forza grazie all’insegnamento di Sergio Rubini, fossero spazzati via per relegarci nuovamente nel ghetto del Sud ancestrale, immobile, arcaico, dove si parla una lingua strascicata e succedono cose da buoni selvaggi divertenti. Per gli altri, forse, ma non per noi”.
  Polemiche che si aggiungono a quelle recenti su un’altra fiction, sempre con Luisa Ranieri, “La vita promessa”, girata a Taranto ma poi ambientata nei vicoli di… Napoli. Aspettiamo adesso di vedere le altre puntate.

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