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La Marca Temporale

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa storia raccontata da Germana Trione

Un giorno molto vicino, in un tempo così simile a questo da essere lo stesso, in un paese bagnato su ogni costa dalla Realtà, un architetto e un ingegnere si svegliarono e decisero di lavorare. Sarebbe possibile indagare le ragioni che li portarono a tanto, ma sarebbe lungo e rocambolesco: vi basti sapere che avevano questa ambizione. Molti li avevano ammoniti degli ostacoli che avrebbero incontrato, e tanti li avevano dissuasi dall’impresa, e già tante avventure avevano affrontato per procurarsi le armi e le corazze per fronteggiare il periglio, che si potrebbero riempire pagine di epiche storie banali nel narrarle. Ma erano cocciuti e fiduciosi delle proprie abilità, e decisero di provare il proprio valore nelle opere più difficili, quelle pubbliche.

Solo per arrivare al cimento dell’ opera pubblica, dovevano qualificarsi nel torneo della gara telematica. E certo non erano sprovveduti, poiché sapevano quali ostacoli avrebbero posto sulla loro strada per averli superati e aggirati molte volte, con alterni successi. Ma stavolta era diverso, poiché oltre ai soliti (i disciplinari con i copia e incolla degli errori, i chiarimenti, le dichiarazioni, i d.lgs, il Codice dei Contratti e sue successive modifiche, i DGUE, le pec, le firme digitali, le fatture elettroniche, le iscrizioni agli albi, il pagamento delle imposte a tutti gli sceriffi della contea, l’olografica identità virtuale e tante altre peripezie) un nuovo ostacolo fu posto sul loro cammino: la marca temporale.

Di fatto nessuno credeva loro che fossero brave persone – e sapevano che tutti, per partito preso, li avrebbero presunti delinquenti fino a prova contraria: così è fra le cose pubbliche! E nessuno avrebbe creduto che la loro firma fosse stata apposta di loro pugno e non da altre magiche entità, per cui dovevano ogni anno rinnovare la patente di nobiltà chiamata “firma digitale”, per poter dire che sì, davvero, questo foglio lo sto firmando e affermando io, con questa faccia e questo titolo. E già avevano chinato il capo a questa evenienza e si erano assuefatti allo strumento, talvolta fallace, spesso incompreso, capace, con i suoi sghiribizzi, di funzionare o non funzionare a giorni alterni, di asservire all’ansia le loro vite. Ma non è abbastanza! Poiché ora la cosa pubblica non solo voleva che firmassero loro in persona, ma anche sapere quando avessero firmato, prima del termine stabilito per la gara telematica a maggior garanzia del diritto di arrivo verso gli altri partecipanti. E questa garanzia, di cui i nostri eroi e gli altri concorrenti non sapevano di sentire il bisogno, è detta marca temporale. E senza, oltre a tutto il resto, non si può partecipare.

Sempre al solito stregone Aruba e suoi imitatori, bisogna rivolgersi. E invocare la fata turchina che risponde al numero verde 24 ore su 24 7 giorni su 7, per sapere come fare ad acquistare la nuova magia:

“Pagati 12 euro e 50 + IVA vi darò 50 marche temporali.”

“Ma a noi una ne serve, due al massimo, per riserva!”

“Cinquanta o più dovete averne! Se no niente!”

“Siam giunti fin qui! Cento e una volta ci siamo detti che ci saremmo dovuti tirare indietro. Che siano cento e due! Le compriamo! Dacci un nuovo nome e una nuova password, da aggiungere al lungo elenco che già abbiamo e con essa daremo nuova forza alla nostra firma, cui nessuno crede, perché per la cosa pubblica siam delinquenti fino a prova contraria!”

E così, le comprarono. E pagarono una, fra le tante tangenti che l’onesta partecipazione ad una gara telematica chiede di elargire verso la cosa pubblica, che prende denari da tutti, per poi – forse e con molta calma, e neanche tutti – darne ad uno solo.

Non sapevano, che con gran beffa, il giorno dell’inizio della gara telematica cui erano arrivati con gran prescia e tentati di abbandonare fino all’ultimo, uno dei giudici si rese “indisponibile”, e la gara rimandata a data da destinarsi. Perché oltre al danno, mai manca la beffa.  

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