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L’8 marzo iniziamo a garantire rispetto per la donna

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Il primo diritto di ogni essere vivente è il rispetto. Ed è purtroppo quello che manca ai giorni nostri ovunque: dal rispetto delle leggi e dei divieti, dell’ambiente a quello delle persone, in primis il rispetto della donna come madre, moglie, figlia, lavoratrice e/o casalinga. Rispetto per quello che è, che fa, che dice anche e soprattutto quando pronuncia un “no” o comunque è in disaccordo. Rispetto. Parola che deriva da latino “respicere” e significa guardare indietro (“re” indietro e “spicere” guardare) rivolgendo attenzione e quindi prendersi cura.

Parola magnifica ma che tanti dimenticano e non applicano. L’8 marzo non è un giorno di festa ma deve essere un giorno di riflessione, presa di coscienza e di educazione rivolgendo l’attenzione a tutte le donne che hanno sacrificato e donano la loro vita nel lavoro, in casa e in famiglia, nel sociale e nella politica così come nell’economia di una città o di un intero Paese. In una parole tutte le donne del passato e del presente e pure del futuro. L’8 marzo ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna, una ricorrenza che deve ricordare e far conoscere alle donne e agli uomini quanto sudore, fatica, difficoltà, ostacoli, ingiustizie, disparità e persino crudeltà le donne abbiano impiegato per ottenere un minimo di riconoscimento in quanto donne che, come dimostrano ogni giorno, non sono da meno a nessuno. E soprattutto porre l’accento su tutti i diritti ancora non riconosciuti. L’impegno di una donna è pari a chiunque. Eppure nel terzo millennio, chi è donna sa che, nonostante la storia insegni che abbiamo conquistato tanto a livello sociale, economico e politico, ad oggi non siamo ancora pari ad un singolo uomo. Abbiamo sempre qualcosa in meno dal punto di vista del riconoscimento pubblico a cominciare dallo stipendio che è, in media, del -23,7% (dato Eurostat) rispetto al sesso opposto a pari livello e anzianità di lavoro.

La storia insegna che questa giornata non è legata ad un singolo evento tragico del 1908 in una industria tessile di New York accaduto ad alcune operaie rimaste vittime di un incendio dopo giorni di sciopero, per alcuni una leggenda o svista rispetto ad un altro evento simile, bensì risalirebbe ad una serie di eventi legati agli stati comunisti tra richieste, proteste e manifestazioni con protagoniste le donne a partire dal 1917. In Italia tale giornata è arrivata poco prima della Seconda Guerra Mondiale, ripresa nel 1946 su iniziativa del Partito Comunista. Mentre solo nel 1977 l’Onu istituì la giornata per i diritti della donna e la pace internazionale. La società e l’educazione, familiare e scolastica, devono invece insegnare a rispettare l’essere umano in generale e forse, più di chiunque altro, la donna per quanto realizza e rende.

Dagli anni ‘70 al 2019 il giorno dedicato alla donna è, ahinoi, stato un crescendo di un consumismo becero che ha fatto perdere il vero senso e scopo dell’8 marzo. Tanto che nel 2021 c’è chi ancora pensa che attirare clienti con menù afrodisiaci sia, giusto per fare un esempio ma l’elenco potrebbe essere infinito, un omaggio alla donna. Da due anni, grazie alla pandemia, si grazie alla pandemia che ha fermato il mondo e invitato a riflettere, buona parte di queste usanze sono state troncate. Per il secondo anno consecutivo feste immotivate e insensate non ci saranno. Saremo tutti, uomini e donne, obbligati a ragionare su quanto le donne quotidianamente ancora devono sacrificarsi e subire per avvicinarsi alla tanto declamata parità di genere che è ancora tanto lontana. Fermiamoci a pensare e a ripensare a tutte quelle donne che hanno fatto la storia dell’Unità d’Italia, alle partigiane, a chi ha permesso di consentire al “gentil sesso” di votare la prima volta il 2 giugno del 1946, insieme con quelle che hanno consentito di avere l’odierna Costituzione, le cosiddette madri costituenti, in tutto 21. Ricordiamo tutte le scienziate che hanno contribuito a rendere la vita di tutti migliore e più sana. Pensiamo a quelle donne che hanno un doppio lavoro tra casa e fuori le mura domestiche, a chi invece deve rinunciare al lavoro perché rimasta in dolce attesa e ha trovato un datore di lavoro che non condivide tale scelta, a chi tra non pochi sacrifici deve crescere uno o più figli da sola, a chi ha dato la vita per mettere al mondo un bambino, alle vittime di ogni sorta di violenza per cui le modernità odierne ci insegnano che non c’è fine alla “brutale fantasia” di chi crede di appartenere al “sesso forte” ma che in realtà dimostra sempre più la sua piccolezza scegliendo come facile vittima una donna di qualunque età.

Le cronache sono purtroppo piene di notizie di femminicidi, già 13 le assassinate di ogni età nel 2021, a fronte delle 91 nel 2020 e le 101 nel 2019, dove ad armarsi per orrendi omicidi sono mariti, fidanzati, ex compagni e persino figli. L’elenco si allungherebbe se aggiungessimo le denunce, di tipo più attuale, di stalking, mobbing, revenge porn, sexting e bullismo. Ma le donne rischiano la vita persino sul posto di lavoro e nella maggior parte dei casi più degli uomini come dimostrano i dati che la Consulenza statistica attuariale (Csa) dell’Inail pubblicato in un diverso articolo.

Il rispetto è il diritto che deve essere garantito tutti i giorni. Bisogna che si inizi dai genitori e dalle scuole. Non si limiti la giornata dell’8 marzo al dono, per quanto gradito, di una mimosa, fiore simbolo, né ad un monumento illuminato, sebbene attiri comunque attenzione, bisogna piuttosto fare più di un gesto o dire una parola o una breve frase di rispetto verso una donna in qualunque situazione e ogni giorno, non solo una volta all’anno. Iniziamo da oggi. Diciamo con convinzione: “ti rispetto in quanto donna” e non come frase fatta o dovuta.

Anna Caiati

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