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I fucilati della prima guerra mondiale

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La Commissione difesa del Senato ha deciso all’unanimità di ricordare i fucilati della prima guerra mondiale. Si tratta di militari italiani fucilati con o senza giudizi sommari dai loro colleghi militari italiani. Qualcuno strabuzzerà gli occhi ma è proprio così. Quello che oggi può sembrare un’assurdità un secolo esatto fa era la regola dell’esercito italiano a trazione piemontese. In verità non era solo l’esercito dei Savoia a seguire questa regola ma un po’ tutti gli eserciti in lotta rispondevano ad un principio che i prussiani (forse gli inventori) avevano molto ben compendiato in una regola semplice e chiara: “il soldato deve temere il proprio superiore di più di quanto tema il proprio avversario”. Quindi quando andava all’assalto il diciottenne italiano strappato alla madre e alla casa con indosso una divisa, non doveva avere indugi nello sgozzare il suo coetaneo con i capelli di diverso colore perché se non lo faceva veniva fucilato lui. Esistevano ulteriori forme (che sono incredibili oggi) per terrorizzare i propri soldati come la decimazione di un reparto che non aveva ben rispettato gli ordini: cioè -a sorte- si sceglievano uno su dieci soldati e li si fucilava per punire l’intero reparto che così ben terrorizzato, si riteneva avrebbe rispettato gli ordini con più precisione. Non serve scendere negli ulteriori numerosi dettagli di questa incivile concezione che discendeva logicamente dal convincimento che il soldato altro non era che un’arma come oggi lo è un missile telecomandato o un drone che deve effettuare delle operazioni; così come oggi un drone che non fa quello che deve, viene rottamato così allora il soldato veniva fucilato. In Italia questo terrore contribuì molto a peggiorare il bilancio della sconfitta di Caporetto; dopo di che sarà un napoletano, Diaz, ad iniziare a correggere con garbo ma con decisione questa incivile regola che oggi è considerata una follia in ogni parte del mondo.
Quei soldati si vorrebbe che siano ricordati a fianco del Milite Ignoto (forse il monumento più grande che possa esserci) e dietro a quello di Vittorio Emanuele II che è il nonno del comandante supremo di quell’esercito. Quindi è un caso in cui colpevole e vittima sono accomunati a diverso titolo nello stesso immenso monumento (che forse è un po’ sminuito dalla presenza di quella statua equestre che dovrebbe essere allocata in altro luogo specificamente dedicato).
Dopo di allora molti errori sono stati commessi dai capi politici italiani e non e la gente li ha pagati a carissimo prezzo.
Ma cosa dobbiamo imparare da queste esperienze? C’è molto da riflettere:
-è necessario che i cittadini veglino sui potenti che, allora come oggi, si ritrovano a comandare, quasi sempre per caso, e sono guidati spessissimo da principi errati e quindi le leggi che costoro impongono vanno ponderate molto attentamente.
-anche coloro che fanno rispettare tali leggi devono armarsi di pazienza e giudizio.
-peraltro a Norimberga si è sancito che i potenti non possono fare proprio tutto quello che vogliono! Esistono e sono sempre esistiti dei limiti molto precisi.
Per fare un esempio -molto meno aulico e quasi offensivo per i nostri nonni caduti fucilati dai loro colleghi- il divieto degli aiuti di stato che era una regola assoluta fino a ieri, o quell’altra del divieto per la Bce di finanziare gli stati, o ancora altre come gli stessi parametri di Maastricht come appaiono oggi in pieno covid se non stupidaggini degli yes men delle Università nordiche? E quanti danni hanno provocato per ragioni francamente incomprensibili? Non sarebbe stato meglio fare finta che non esistevano? E adesso che qualcuno le vorrebbe reintrodurre che facciamo?
Se l’opinione pubblica non fa la sua parte ricadremo nei soliti errori.
Anche perché sembra evidente che è raro che la politica affidi il comando a chi lo merita ed è molto più frequente che -in democrazia o in monarchia o in dittatura- comandi chi non lo sa fare (scusate l’eufemismo) con la conseguenza che qualcun altro paghi il conto!

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