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“Il mio papà: il consigliere della vita”. Così la figlia Emanuela ricorda Gianfranco Sborgia morto col Covid

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“Il mio fidanzato, la persona con cui parlavo di tutto anche della mia attività professionale, il mio consigliere giuridico”. Così Emanuela Sborgia, avvocato penalista e civilista, ricorda il papà Gianfranco deceduto esattamente tre mesi fa il 17 dicembre dopo aver contratto il Covid. Gianfranco era persona conosciutissima non solo a Bari, ma anche a Pescara e Napoli. Oculista (come il fratello Carlo il figlio Luigi ) è stato professore ordinario di oculistica. Peraltro da qualche anno era direttore del centro di Medicina dello sport di Bitritto, cittadina dove abitava in una casa silenziosa in periferia. Una casa immersa nei libri, perché Gianfranco aveva una cultura vastissima e soprattutto la passione per il calcio che aveva seguito da vicino grazie alla conoscenza diretta di allenatori, dirigenti e calciatori del Pescara, città dove aveva vissuto molti anni. La sua tragedia e quella della sua famiglia comincia verso la meta’ di ottobre quando e’ ricoverato nella clinica del prof. Sabbà per setticemia. Le cure lunghe, il cibo portato da Emanuela ogni giorno e poi le dimissioni che gli consentono di tornare a casa. “Agli inizi di dicembre” continua nel suo racconto Emanuela “scopro la mia positività e quella del badante di mio padre che inevitabilmente viene contagiato. In verità non voleva tornare in Ospedale, chiedeva di restare a casa, ma le sue condizioni non lo permettevano. Alla fine si rese necessario il ricovero in rianimazione, nel reparto diretto dal prof. Brienza, con la triste trafila dell’intubazione e della tracheotomia che è quasi sempre l’ultima spiaggia, quella più difficile da raggiungere. Mio padre è morto il 17 dicembre ed io ero disperata perché non potevo partecipare al suo funerale a causa della mia positività”. Gianfranco Sborgia aveva 81 anni, ma una vitalità incredibile. “Quando è stato ricoverato la prima volta per setticemia era diventato la mascotte del reparto, nonostante non gradisse il ricovero non faceva altro che rincuorare gli altri pazienti” ricorda la figlia. Dal tono della sua voce al telefono, traspare tutta l’emozione di chi aveva nel padre un punto di riferimento costante e sicuro, un porto dove rifugiarsi nei momenti difficili.

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