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In piazza il grido di dolore dei lavoratori dello spettacolo e del mondo della scuola ormai allo stremo

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Un anno di pandemia ha portato quasi al collasso diverse persone dai lavoratori del mondo dello spettacolo a quelli della scuola, dagli operatori di spettacoli viaggianti e tecnici e proprietari di giostre e circhi a interi nuclei familiari. Sono tutti stanchi di sacrifici, di restringimenti di “cinghie” e di mancanza di rapporti umani. Dopo un anno di limitazioni e accettazioni sofferte a cui hanno dovuto soggiacere senza poter scegliere diversamente, ora scendono in piazza per far sentire ancora più forte le loro difficoltà economiche e preoccupazioni di salute non legate al covid ma alle conseguenze dovute alle restrizioni per la pandemia.

Due le manifestazioni di protesta nazionale che si sono svolte, in contemporanea, a Bari, come in altre 60 città d’Italia e in Puglia, due le sedi e due i diversi modi per innalzare le voci di protesta. Una più rumorosa e vitale con la presenza pure di bambini, a rappresentare scuola, famiglie e salute, sul lungomare davanti alla sede della Presidenza della Regione Puglia con oltre un centinaio tra genitori (alcuni con figli al seguito), docenti, nonché personaggi dello spettacolo; l’altra in un silenzio tombale e tra lapidi cimiteriali in piazza della Libertà davanti alla Prefettura e al Teatro Piccinni con rappresentanti di lavoratori del mondo dello spettacolo in genere, viaggiante e settore circense. Tutti hanno protestato contro il prolungarsi delle restrizioni e le chiusure di scuole, teatri, cinema, circhi, lunapark e l’impossibilità di organizzare qualsivoglia tipo di rappresentazione. La doppia protesta si è svolta in piena zona rossa. Nonostante i divieti di assembramenti ma con il rispetto del distanziamento, non sempre rispettato, i manifestanti hanno voluto rischiare la propria salute per dire basta alle restrizioni anti-covid. Perché in questo momento a preoccupare, a far paura, a mettere a rischio la salute non è più il coronavirus ma il lavoro fermo, l’azienda, la scuola e il teatro chiusi, e tutto ciò che ne consegue.

Dicono all’unisono di essere tra le categorie più colpite e rivendicano maggiori attenzioni: sia perché economicamente non ce la fanno più ad andare avanti per la chiusura di teatri, cinema, circhi e quant’altro sia perché vedono giorno dopo giorno i propri figli stare più male psicologicamente e fisicamente per la chiusura delle scuole costretti a far lezione davanti ad un monitor.

La protesta più scenografica e d’impatto è e stata quella allestita in piazza della Libertà dove il mondo dello spettacolo ha voluto protestare in silenzio rappresentando un cimitero con tanto di suono di campane a morto, musica del Requiem, corone di fiori, ceri e 130 lapidi in cartone su cui sono stati appoggiati strumenti di lavoro come microfoni, luci, fari, mixer, etc, a simboleggiare la fine di questo settore. E persino il registro delle presenze per raccogliere le firme di quanti sostengono il mondo dello spettacolo (tutto riportato in un suggestivo video di Fedas). Un registro che sarà inviato al ministro della Cultura, Dario Franceschini, per chiedere ristori più dignitosi per i lavoratori ed i tecnici in particolare di quelle aziende e imprese (oltre 60 in tutta la Puglia per noleggio, progetti e allestimenti strutture e tecnologie) le cui attività sono ferme a causa delle restrizioni per la pandemia, da oltre un anno, che garantiscono spettacoli di ogni genere. In piazza sono giunti attori, cantanti, ballerini e artisti vari di tutta la Puglia, ma pure tecnici, parrucchieri, truccatori e sarti (circa 5mila lavoratori), che solitamente lavorano dietro le quinte e consentono di poter far sì che uno spettacolo possa essere messo in scena. L’iniziativa è stata organizzata dalla Fedas (Federazione aziende spettacolo) ma si sono uniti anche i rappresentanti del mondo dello spettacolo viaggiante fra cui quelli dei due circhi, Lidia Togni, fermo a Gioia del Colle da ottobre, e Marina Orfei, a Trani, da marzo 2020, nonché giostrai che hanno allestito una giostra in cartone e artisti di strada. Tutti insieme per chiedere ristori e agevolazioni più dignitosi come la diminuzione delle tasse di occupazione del suolo pubblico.

«Oggi abbiamo manifestato per rappresentare lo stato attuale del settore, fermo da un anno, estremizzando per mostrare quello che potrebbe accadere alle nostre aziende se non ci saranno provvedimenti concreti – ha dichiarato – Pino Loconsole, presidente regionale Fedas – Il nostro settore ha investito milioni di euro in attrezzature acquistate poco prima della pandemia che stanno perdendo valore giorno dopo giorno. Purtroppo i ristori statali sono calcolati su parametri poco veritieri e molte aziende sono rimaste senza alcun di aiuto. Chiediamo la programmazione anticipata della ripartenza, lo sviluppo di protocolli anticovid specifici per il settore degli eventi a partire da subito. È indispensabile arrivare pronti alla riapertura per non sprecare altro tempo».

Sul lungomare, invece, la protesta più “rumorosa” organizzata dalle associazioni Priorità alla Scuola-Puglia, La Scuola che Vogliamo-Scuole diffuse in Puglia, Sais, Cobas e Coordinamento Nazionale Precari Scuola. I partecipanti sono scesi in strada per difendere il diritto allo studio nelle scuole, in presenza e non in Dad, un metodo che non hanno mai gradito in quanto ritengono che, come sostengomo articoli pubblicati su riviste scientifiche internazionali, i contagi nelle scuole sono contenuti e che ci si ammala di più in famiglia e ribadendo che le conseguenze nei bambini non sono gravi mentre sono evidenti i danni psicofisici derivanti dalla mancanza di rapporti e relazioni con i coetanei ed i docenti che ormai da un anno vedono solo attraverso monitor.

“Aprite le scuole e basta con la Dad, perché la Dad non è scuola” è il grido che da mesi lanciano stanchi di ordinanze regionali (13 quelle emanate in Puglia da Michele Emiliano da ottobre 2020) e per cui chiedono diritto allo studio che vada di pari passo con quello della salute ma all’interno degli edifici scolastici. Al Governo nazionale, così come alla Regione Puglia, chiedono di riaprire tutte le scuole dal 7 aprile, senza lasciare decisioni alle Regioni, di utilizzare le risorse del Recovery Fund per potenziare le risorse umane, eliminare le classi “pollaio”, rinnovare e migliorare l’edilizia scolastica e recuperare i danni derivati dalla Dad, di rivedere la composizione delle classi che non dovranno superare i 20 alunni per prime di ogni ciclo (15 in presenza di alunni con Bes), di garantire luoghi idonei per la scuola in presenza e in sicurezza, con spazi aperti, accessibili ed adeguati, incremento dei mezzi del trasporto pubblico. Mentre alla Regione Puglia in particolare chiedono di smettere di emanare provvedimenti di chiusura o di semi-chiusura delle scuole abolendo definitivamente la scuola “on demand” (a richiesta), di implementare e migliorare la sanità territoriale e la medicina di prossimità, di dotare ogni istituto scolastico di team di operatori socio sanitari e di garantire le migliori condizioni di sicurezza per tutto il mondo della scuola.

Anna Caiati

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