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PalaBalestrazzi, una giornata nel centro vaccinale tra attese e speranze

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Si presentano col passo incerto, malfermo sulle gambe, sottobraccio a figli e nipoti. Qualcuno si appoggia anche al bastone. Altri camminano da soli, la mascherina sul viso, la testa alta. Tutti sono determinati a sconfiggere il Covid grazie alla vaccinazione. E’ la generazione dei 79enni, quelli nati durante la seconda guerra mondiale, che è stata protagonista del boom economico del Belpaese. I fan della 500 e della Lambretta.

Il PalaBalestrazzi ha cambiato volto con la pandemia. E’ diventato uno dei centri vaccinali. Un dispenser di speranze. All’esterno un paio di Carabinieri, sedie di plastica perché l’attesa è lunga. Più del vaccino, fa male il vento, freddo e tagliente. La distanza da mantenere contribuisce a creare più di un problema. C’è chi preferisce restare in auto, presentandosi solo all’ultimo minuto. Non c’è un impianto di amplificazione. Vale il passaparola. “Fanelli” urla qualcuno all’interno. “Fanelli”, ripetono gli altri. “Sono io”. La signora cammina lentamente, stringe con una mano il braccio della figlia, con l’altra la copia della prenotazione. Il muro umano si apre, come il mar Morto al passaggio degli ebrei, per poi richiudersi alle spalle della coppia. Una manciata di minuti e la scena si ripete. Al contrario. La signora e la figlia escono. “Già fatto?”, chiede qualcuno. La risposta è lapidaria: “No, hanno sbagliato. Toccava ad Anelli non a Fanelli”. E l’attesa riprende. Rispetto alle prenotazioni la macchina dei vaccini è in ritardo di un’oretta. Perché dopo la puntura, devi rimanere ancora 15 minuti seduto all’interno nel caso si verificasse qualche problema.

L’elenco dei vaccinati scorre, anche se lentamente. Una coppia chiede se per caso hanno diritto al vaccino anche i sessantenni: “Lo abbiamo letto sul giornale”, spiegano, a sottolineare l’autorevolezza e la veridicità della notizia. Ma non è così. Il carabiniere, con calma e pazienza, spiega che le cose stanno diversamente. Oggi tocca ai 79enni. Se arriva qualche 80enne, ha via libera comunque. Come per le categorie fragili. Stesso discorso per chi ha prenotato. I 60enni, no. Dovranno interagire col sito “La Puglia ti vaccina” e prenotarsi a seconda dell’anno di nascita.

“Ma sul giornale non c’è scritto così”, la timida replica. “Anche i giornali, a volte, sbagliano”, la risposta. La gente chiacchiera, sottovoce. In molti sono arrabbiati. Col governatore, con l’assessore alla Sanità: “Le pare normale che a 79 anni devo stare al freddo su una sedia di plastica per vaccinarmi? Non poteva venire qualcuno a casa?”, brontola un energico signore, arrivato qui rigorosamente da solo.  Domande in attesa di risposte che non arriveranno mai.

Il Covid, visto da qui, è un pentolone in ebollizione di critiche, proteste, disfunzioni, burocrazia. “Scusi, perché non si è rivolto all’Usca?”. “E che cosa è?”. Spiegare è difficile, quanto districarsi tra acronimi, sigle, competenze, soggetti istituzionali,  e via dicendo. Dovrebbe essere istituito per legge un diritto alla semplificazione. Astrazeneca o Moderna? “Guardi, alla mia età l’importante è sopravvivere, evitare questo maledetto Covid. Non mi importa con quale vaccino. Basta che funzioni”. Il dibattito si anima: “Io qualche perplessità ce l’ho. Non posso però scegliere. Ho quattro nipoti. Se uno è asintomatico, chissà come va a finire…”.

Medici e infermieri sono gentili e professionali. Sfoggiano il sorriso – serve a tranquillizzare – anche a pomeriggio inoltrato. Con un pizzico di stanchezza, che fa parte del lavoro. La segnaletica è chiara e efficace: si entra da una parte e si esce dall’altra.

“Avanti un altro”, gracchia una voce. La giostra continua. Proseguirà fino a quando ci saranno vaccini disponibili e persone da vaccinare. Domani si ricomincia. Con chi ha 78 anni. I 60enni sono avvisati.

Nani Campione

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