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Caro me a 18 anni

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Caro me a 18 anni,

voglio scriverti una lettera perché voglio metterti in allerta.

Era il lontano 2020 quando in Italia la vita scorreva regolarmente, normalmente. andavo a scuola, tornavo a casa, pranzavo, studiavo, andavo a giocare a basket, cenavo e poi dormivo.

Il giorno dopo la mia vita scorreva uguale, scuola, casa, attività fisica, amici, stessa routine. Una sera a cena sentii che papà urlava di stare zitti per ascoltare il telegiornale che  parlava di un virus, in Cina, molto contagioso, che stava colpendo la città di Wuhan.  COVID19 questo era il suo nome.  

Le notizie erano contrastanti, alcuni telegiornali minimizzavano altri no.

Le persone commentavano: “Non ci dobbiamo preoccupare è poco più di un’influenza … la Cina è lontana”.

Giorno, dopo giorno, il telegiornale informava che a Wuhan  il governo aveva aumentato le restrizioni, chiuse le scuole, i negozi … e annunciava che il numero dei contagiati e dei morti aumentava.

Ho avuto paura.

Dopo una settimana, il primo caso in Europa, forse un ragazzo rientrato dalla Cina. I telegiornali annunciavano la chiusura degli aeroporti internazionali, il contagio si stava sviluppando anche in Europa.

Dopo il primo caso, il secondo il terzo e così via … nuovo focolaio in Italia, Lodi, Codogno, tanti contagiati, i primi morti.

Incominciavo a capire che forse la Cina non fosse così lontana …

Ho avuto paura

Il contagio ufficialmente arrivò anche in Italia. Il governo chiuse le scuole e i negozi nella zona rossa, in Lombardia …

Ho avuto paura

Aumentavano i contagi, il governo chiuse le scuole in tutta l’Italia, chiuse le attività non indispensabili.

 La gente scappava dalla Lombardia tornando nelle città di origine. Il contagio incominciava a diffondersi anche nelle altre regioni d’Italia.

Aumentavano le misure restrittive, ci sommergevano di hashtag: #IORESTOACASA.

Ricordo che i primi giorni della chiusura delle scuola fu bello, era come se stessimo in vacanza. La domenica mattina andavamo al parco a giocare a basket con gli amici e vivevamo giornate spettacolari.

Wow! potevamo giocare tutto il giorno …

Il mio papà cominciò a non andare al lavoro, non succedeva mai. Sentivo che faceva riunioni con il computer per organizzare il lavoro da casa.

Anche noi studenti cominciammo a studiare a casa, i nostri professori cominciarono con le video-lezioni …

Affacciandomi al balcone notavo che le strade erano ancora piene di persone e auto… mi veniva da pensare che gli italiani dicevano #IORESTOACASA ma questa frase sembrava che valesse per gli altri e non per se stessi.

Passò il primo giorno, il secondo … passò una settima di #IORESTOACASA

Incominciavo a sentire la mancanza dei nonni, degli zii, degli amici.

 #IORESTOACASA e ci dicevano che sarebbe finito tutto quanto prima…

La gente ignorava il problema sino a che, cominciarono ad ammalarsi le persone che ci erano vicine …

Allora si cominciava a pensare …

 Era uno come noi, era mio nonno, mia nonna, mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella, mio figlio, mia figlia … aveva la sua vita.

Era uno che come noi …

Quando una persona vicina si ammalava ci si rendeva conto che la Cina non era poi così lontana, che la malattia non era solo “poco più di un’influenza”…

Come tutte le cose, finché non ci riguardavano di persona, sembrava non fosse un nostro problema.

Cominciavo a vivere l’assenza di un abbraccio, di un bacio delle persone care che mi mancavano …

Allora un dubbio mi venne, non dovevo dimenticare e dovevo ricordare quello che stavo vivendo …

Decisi di inviarmi una lettera da leggere al compimento dei miei 18 anni.

Dovevo ricordare bene, quello che avevo vissuto, per non dare tutto per scontato …

Oggi che sono maggiorenne, voglio ricordare e riprendere il pensiero di quello che ho vissuto e mi è mancato:

LA LIBERTA’ DI VIVERE.

Antonio Polieri, 2^E scuola secondaria di I grado, IC “Japigia 1 – Verga”

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