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IV Domenica di Pasqua – Giornata mondiale delle vocazioni

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Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
Il buon pastore dà la propria vita per le pecore.

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Questa domenica Gesù ci rende noti gli aspetti che ci permettono di distinguere i pastori veri dai mercenari, affinché il nostro cammino dall’egoismo all’amore, possa proseguire spedito verso la salvezza. Egli fa ciò utilizzando l’immagine del “buon pastore”.

Dopo la sua morte in croce, come evidenzia la prima lettura di oggi tratta dagli Atti degli Apostoli, l’annuncio di Gesù continua attraverso Pietro e i discepoli, i quali annunciano la salvezza operata da Cristo compiendo gli stessi gesti salvifici del Maestro. Tutto ciò perché Gesù a partire dalla sua morte ha bisogno di altri uomini che rendano visibile il suo volto, che collaborino alla salvezza da lui operata affinché essa raggiunga tutti gli uomini. Da allora la sorte dei pastori, quelli veri, quelli capaci di manifestare il volto di Cristo, è sempre stata la stessa. Infatti, l’annuncio di Pietro e degli apostoli, fin dal primo momento genera l’indignazione dei sommi sacerdoti, di coloro che hanno processato Gesù nella speranza di porre fine al suo scomodo annuncio. Ed ecco che Pietro e Giovanni, vengono fatti imprigionare per essere interrogati, in merito alla guarigione dello storpio da parte di Pietro eseguita in nome di Gesù il risorto.

Ma la storia non si esaurisce con la testimonianza e le sofferenze patite da Pietro e dagli Apostoli. Tanti sono gli uomini: sacerdoti, religiosi e laici, reclutati dal Signore nel corso dei secoli fino ad oggi, per continuare ad annunciare a tutti i popoli, nessuno escluso, la salvezza operata per mezzo del suo figlio Gesù. Ma il rischio dei mercenari, di coloro che anziché pascere il gregge sono mossi dal desiderio di spadroneggiarvi sopra per interessi personali è sempre stato alla porta. Per questo Gesù oggi, attraverso questa pagina dell’evangelista Giovanni, ci tratteggia le caratteristiche del volto dei pastori veri, ovvero di quelli realmente inviati dal Signore perché ogni uomo sia salvato dal suo amore che è per sempre e per tutti. E lo fa contrapponendo all’immagine del buon pastore, del pastore vero, quella del mercenario.

Gesù nel consegnarci quindi la “carta d’identità” del buon pastore, ci indica la prima fondamentale caratteristica distintiva: i pastori veri, sono quelli che sono capaci di dare la vita per il gregge a differenza dei mercenari i quali, alla venuta del lupo, fuggono abbandonandolo al loro destino.  Di fatto, a loro nulla importa delle pecore, le quali sono funzionali solo alla realizzazione dei loro interessi personali a differenza dei pastori veri, che alla maniera di Cristo sono capaci di dare la propria vita per il gregge.

Successivamente Gesù ci consegna un secondo tratto distintivo dei pastori veri: ovvero la conoscenza delle pecore. “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Il rapporto non è con la totalità del gregge, ma con ogni singolo membro, ognuno ha un volto, un nome, e la relazione è filiale. Ciò non avviene con i mercenari, con coloro che si professano pastori a parole, ai quali la singola unità non interessa, come non interessa avere con ogni singolo elemento del gregge un rapporto filiale. L’unica logica che guida la loro relazione con il gregge è quella del profitto personale e dell’egoismo.

Ed infine, ci consegna l’ultimo aspetto che caratterizza il buon pastore: “ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare”. Lo sguardo del buon pastore va oltre “il proprio recinto”, oltre i propri interessi, perché il raggio di azione della resurrezione non conosce i confini dell’egoismo, il suo amore è da sempre e per sempre, per tutti.

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