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Italia hub energetico

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Pare ormai deciso che l’Italia grazie al recovery debba divenire un hub energetico. Cosa vuole dire? Non si sa di preciso, ma probabilmente quando si dice “Italia” si dice Sud: nel Sud infatti intendono edificare nuovi impianti per l’energia solare ed eolica che al Nord a tutt’ora non sembrano volere. Peraltro già si vedono piovere le domande di torri per l’energia dal vento e di campi da dedicare al solare. Per salvaguardare l’ambiente -ci dicono- ma si glissa sulla ricaduta ambientale, sull’agroalimentare e sul turismo con connessi problemi occupazionali.
L’energia verde come si vede non è un affare per il Sud. Dovremmo quindi essere contrari all’energia pulita se vogliamo preservare il nostro paesaggio? Noi meridionali siamo i più antichi e convinti sostenitori dell’ambiente pulito, del cibo pulito e della energia pulita e lo testimonia l’intero nostro modello di sviluppo e la nostra attuale cronica eccedenza produttiva sia di energia solare, che eolica che noi esportiamo (senza che ci venga retribuita) fuori dal nostro territorio. Però è necessario che queste produzioni avvengano nel rispetto della nostra realtà economica sociale ed ambientale. Lo scempio che è stato fatto del nostro territorio va ridotto e non aggravato. Quale la nostra proposta e quale il nostro interesse?
Come in altre parti del mondo è stato già fatto, va realizzata una grande isola fuori dalla vista delle città costiere sulla quale allocare gli impianti fotovoltaici ed eolici che si ritenesse di realizzare e trasferirvi quelli oggi allocati sulla terraferma con annessa produzione di idrogeno. Si darebbe lavoro sia alle industrie oggi esistenti come l’Ilva, sia alle imprese e disoccupati meridionali senza ridurre l’occupazione agricola e agroalimentare. Sulla terra ferma invece si possono sfruttare le ingentissime biomasse costituite da residui delle potature e delle agroindustrie che sono una miniera di energia elettrica praticamente inesauribile oggi sprecata e che costituirebbe una integrazione al reddito degli agricoltori anziché un ulteriore costo che grava sui loro bilanci.
Cioè serve quello che andava redatto decenni fa e cioè un piano elettrico regionale o meridionale che accogliesse i suggerimenti degli addetti ai lavori (che NON sono rappresentati dalle Associazioni di categoria) nel quale fosse chiaramente indicato dove allocare gli impianti (in mare) e come produrre energia dal sole, vento e biomasse. La cecità della politica e dei rappresentanti delle categorie economiche ha prodotto che le decisioni vengono prese dai grandi produttori di energia che passano sulle teste di tutti noi, amministratori locali inclusi, accentrando le decisioni dietro scrivanie molto lontane da noi. E per rendere questo scempio più facile si pretende che si riducano gli ostacoli burocratici e si chiede che le procedure siano “snellite” -e quindi rapidamente esecutive- cioè imposte tout court; le opinioni delle popolazioni coinvolte vengono avvertite come dei fastidi e non come contributi alla migliore realizzazione dei comuni obiettivi. Naturalmente l’Europa, così incline alla burocrazia quando viene imposta ai comuni cittadini, in questo caso diviene nemica della burocrazia e quindi favorisce la “accelerazione e lo snellimento delle procedure”. Cose che servono ad arricchire i ricchi stornando LORO i danari del recovery che poi NOI dovremo restituire….. dimenticando che le nuove produzioni di energia dovranno pur essere acquistate da qualcuno e se la gente comune viene sistematicamente ingannata rimarremo tutti con il cerino in mano.
Quindi la crescita se ha da esserci, dovrà essere per tutti.

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