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Il Pnrr: la premessa del presidente del Consiglio Mario Draghi – di Antonio Vox

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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, a valere sul Next generation Eu, è introdotto da una premessa del presidente del Consiglio Mario Draghi.

Va riconosciuto come il presidente, pur con curriculum apolitico ma tuttavia prestigioso, mostri il coraggio di assumere la paternità e la responsabilità del Piano. È un buon inizio tenendo conto che l’Italia ha visto presidenti del consiglio quasi senza curriculum.

La prima parte della premessa è una asettica, ma documentata e feroce, analisi dello scenario del Paese, dove non poteva mancare un riferimento alla pandemia che non è stata altro che un acceleratore della decadenza italiana già in atto da un paio di decenni. 

Val la pena ripercorrere i tratti essenziali:

  • Un tasso di riduzione del Pil 2020 superiore del 50% rispetto alla media europea;
  • Un aumento del Pil 1999/2019 inferiore di 4/5 volte rispetto alla crescita dei grandi paesi europei;
  • Un tasso di crescita della produttività (Pil/ora lavorata) anch’esso inferiore di 5 volte rispetto alla crescita dei paesi di riferimento (Francia e Germania); 
  • Il “grado di efficienza complessivo della economia” è precipitato di oltre il 6% a fronte di un aumento generalizzato nell’Eu;
  • Una crescita degli investimenti pari alla metà della media Eu;
  • Il record europeo di decessi (oltre 120mila) per pandemia;
  • Un numero di persone, nel 2020, sotto la soglia di povertà assoluta, pari al 9,4% della popolazione;  
  • Il record europeo di giovani Neet (Neither in employment, education, training), senza arte né parte, tra i 15 e i 29 anni (un’altra generazione perduta;  
  • Il record europeo della disoccupazione femminile.

E poi, un Mezzogiorno d’Italia che espone i dati di cui sopra molto al di sotto della media italiana già di per sé frustante, oltre che preoccupante.

Un Sud disastrato è un grave vulnus per il Paese tutto.

A questo desolante spettacolo socioeconomico della Società italiana, si aggiunge il diffuso pericolo idrogeologico che interessa, addirittura, il 12,6% della popolazione; come anche si aggiunge la carenza di infrastrutture, di tecnologie, di innovazione in senso lato e particolarmente nella P.A.; cui, ancora, si aggiunge l’immobilismo della Giustizia, le riforme strutturali mai progettate, le insormontabili barriere di accesso ai mercati. 

Il boom dei “venticinque anni” (1949 – 1973) è un lontano ricordo.

Il Next generation Eu appare come una opportunità per il Paese con i suoi

€ 191,5 mld, destinati all’Italia, di cui € 68,9 mld a fondo perduto.

Il presidente Draghi non si è limitato alla analisi dello scenario.

Nella seconda parte della premessa ha descritto gli assi portanti del Pnrr, articolato in “6 missioni e 16 componenti” che qui riportiamo:

  • Missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura, rivoluzione verde e transizione ecologica. Pe la verità, indicate dalla Eu.
  • Nelle componenti c’è di tutto: dalle infrastrutture per una mobilità sostenibile alla istruzione e ricerca; dalla inclusione e coesione alla salute e occupazione dei giovani, dalle riforme alla sburocratizzazione, dalla energia ai porti.

Il 40 per cento delle “risorse territorializzabili” (?) del Piano sono destinate al Mezzogiorno.

Il tutto, sotto la supervisione di una articolata “governance centrale” presso il ministero dell’Economia.

Ci si attende un miglioramento, rispetto all’andamento tendenziale, del 3,6% per il Pil e del 3,2% per l’occupazione.   

Non c’è settore che non vada “toccato”.

D’altra parte, noi sosteniamo da sempre che la economia reale e la società civile compongono un “sistema complesso” i cui fattori sono “integrati”.

Basta questo per capire che il disegno progettuale deve essere all’altezza del “sistema”; ed è bene che si progetti ed attui la sinergia fra i fattori, per moltiplicare i benefici.

Ma cominciamo con il chiederci se le 6 missioni, indicate dall’Eu sulla media europea, siano proprio coerenti con le necessità del Paese.

Noi, infatti, crediamo che questa coerenza non esista affatto.

Per fare un esempio concreto, la “digitalizzazione” è uno strumento tecnologico che va bene per qualcosa che già funzioni. In Italia, invece, dovrebbero aver massima priorità i contenuti, i processi, l’organizzazione e le norme (la burocrazia) da rivedere strutturalmente dalle fondamenta, adottando criteri e paradigmi di sapore rivoluzionario. Ciò significa impegnare cultura, risorse e tempo le cui dimensioni nulla hanno a che fare con il progetto “edilizio” della digitalizzazione. Rischiamo di rifare lo stesso errore del “reddito di cittadinanza” che si è ridotto dal trovare e offrire lavoro (l’obiettivo principale) al semplice sostegno finanziario senza, tuttavia, rispondere all’obiettivo originario ma, addirittura, generando altri problemi.  Nonostante questo flop, i 5S hanno sostenuto di “avere sconfitto la povertà”.

Chissà se oggi leggono le statistiche di Draghi.

Come ci chiediamo, inoltre, se i progetti operativi e gli interventi esecutivi rispondono alle prospettive strategiche senza che i fondi disponibili siano dispersi in rivoli, che ci piace chiamare “estetici”, che nulla hanno a che fare con il rilancio economico e sociale del Paese.

Come qui sollecitiamo che si debba produrre, caso per caso, una consapevole valutazione costi/benefici secondo il Draghi pensiero del “debito buono”.

Siamo, però, convinti che, prima di varare qualunque intervento, sia necessario valutare se esistono alternative più efficaci e meno costose, anche facendo ricorso a finanza alternativa, ai fini di risparmiare su quanto ci viene prestato, visto che il prestito dovrà essere certamente restituito a carico dei produttori di reddito.

Noi continueremo a leggere, con occhio, costruttivo ma critico, questo tanto atteso Piano che sembra aver poco da condividere con quello del Conte2.  

Antonio Vox. Presidente “Sistema Paese” – Economia

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