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Il futuro di Palese passa per la progettazione partecipata, a cominciare dal porto

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Tra le frazioni marittime che nel ventennio fascista hanno subito un vero e proprio scippo d’identità, poiché strappate ai rispettivi comuni dell’entroterra per essere annesse a Bari, c’è Palese. Da allora l’ex marina di Modugno, che viveva di pesca e di agricoltura, ha perso progressivamente il suo rapporto con il mare, le sue radici storiche, e non ha ricevuto le dovute attenzioni dall’Amministrazione del capoluogo, cadendo vittima dell’inesorabile speculazione edilizia.
Una storia che per molti versi ricorda quella di San Giorgio, ma che un gruppo di residenti sta cercando di riscrivere oggi con un percorso di progettazione partecipata. Dall’idea iniziale di concentrarsi sulla riqualificazione del porto, si è poi passati a immaginare un nuovo volto per l’intera linea di costa, con l’obiettivo di ricucire il territorio urbanizzato al mare e di restituire alcuni aspetti identitari al quartiere. Il tutto su iniziativa dell’architetto Eugenio Lombardi, coordinatore della Rcu (Rete civica urbana) Palese e presidente dell’Associazione Ecomuseale del Nord Barese. Abbiamo voluto intervistarlo per approfondire la genesi e gli sviluppi di questo laboratorio urbanistico aperto a tutti, un caso finora unico nella città di Bari.

Architetto Lombardi, come nasce la sua passione per l’urbanistica partecipata?

«E’ una passione innata che ho sviluppato fin dai tempi dei miei studi. Mi sono laureato a Firenze preparando la mia tesi a Copenaghen, presso il dipartimento di Urbanistica partecipata dell’Accademia di Belle arti. Erano gli anni in cui la Danimarca era assurta all’interesse internazionale proprio per questo virtuoso atteggiamento culturale, che vedeva coinvolte le comunità locali nell’elaborazione di visioni e prospettive urbanistiche. Diversi quartieri della capitale stavano nascendo in base alle esigenze dei futuri abitanti, che avevano direttamente contribuito alla loro progettazione. E’ un tema che pian piano si è esteso in tutto il mondo, ma ha continuato a vedere la Danimarca come capofila.
Consideriamo poi che l’urbanistica tradizionale, con i suoi classici Prg (Piani regolatori generali), ha fallito un po’ ovunque. E’ frutto di una progettazione studiata esclusivamente nelle stanze del potere, tra le pubbliche amministrazioni e i diretti portatori di interessi, ossia gli imprenditori edili. Ne abbiamo un esempio lampante proprio qui a Bari, dove la speculazione edilizia affonda le sue radici persino nei primi decenni dell’Ottocento, quando il piano urbanistico Gimma fu stravolto per consentire l’espansione del Murattiano ben oltre i limiti previsti. Inizialmente si riuscì a far convivere gli interessi speculativi con una certa visione organica di città (ad esempio, attenendosi alle linee guida prospettiche e cromatiche per gli edifici), ma poi la speculazione prese il sopravvento».

Qual è il suo giudizio sull’attuale assetto urbanistico di Bari?

«Bari ha perso la sua prospettiva di città. L’approvazione del Pug (Piano urbanistico generale) si trascina ormai da anni senza giungere a conclusione e di fatto non esiste un piano regolatore. Il vigente Prg Quaroni prevedeva che si sarebbero superati i 600.000 abitanti negli anni 2000, ma in realtà la popolazione di Bari è la metà di quanto stimato e va persino in decrescita. Di conseguenza abbiamo ereditato, sulla carta, milioni di metri cubi di edificazioni che non ci sono i presupposti per realizzare. Eppure, tramite scelte politiche, si sta facendo di tutto per preservare i crediti edilizi, approvando in continuazione varianti al Prg che trasferiscono in altre zone della città i diritti edificatori.
E’ una situazione aberrante: si continua a consumare suolo per lottizzazioni gigantesche senza che ci sia un incremento demografico; i baresi si trasferiscono in nuove case e i quartieri storici (come il Libertà) vengono sempre più occupati dalle popolazioni immigrate, che non hanno le capacità per valorizzarli. Insomma, un processo di ghettizzazione e di degrado autorizzato. Così facendo si perdono anche quegli elementi di pregio rimasti nel cuore della città.
L’urbanistica è ben altra cosa: è una scienza di estrema complessità che cura la componente sociale, etica, economica, culturale, tiene conto della storia del territorio e coinvolge direttamente le comunità locali nei processi di progettazione. E’ una disciplina che mette al centro le esigenze della collettività e si pone degli orizzonti precisi per raggiungere i suoi obiettivi. Non è ammissibile espandere una città senza prima consolidare l’esistente».

Veniamo ora al caso specifico di Palese: quali sono le criticità del quartiere oggi?

«Palese con il suo litorale è una zona strategica dalle grandi potenzialità, che fino alla prima metà del Novecento veniva molto vissuta. Stiamo recuperando foto dell’epoca dalle quali emerge una forte vocazione balneare, ma anche un tessuto economico e paesaggistico che si basava sull’agricoltura e sulla pesca. Con l’annessione al territorio comunale di Bari e la mancanza di una visione urbanistica, questo tessuto è stato letteralmente massacrato e consumato dall’assalto speculativo fino ai giorni nostri. Basta osservare le immagini satellitari o i filmati di un drone per rendersene conto.
Palese ha perso la sua identità, fatta di un rapporto profondo con il mare ma anche di straordinarie radici storiche. Ricorderete tutti, ad esempio, la distruzione dei resti di un villaggio neolitico nel 2018 per costruire nuovi villini: un episodio di cui porto ancora le profonde cicatrici nell’animo e che la stessa Soprintendenza, a giochi ormai fatti, ha definito un disastro epocale di portata internazionale.
Con un piccolo gruppo di residenti abbiamo dunque compiuto un primo passo, ossia prendere coscienza di quanto accaduto negli ultimi decenni e individuare le basi per una possibile rinascita. Non ci siamo voluti costituire ufficialmente in un comitato o in un’associazione, proprio per garantire la massima libertà di partecipazione a tutti, nonché per fugare eventuali sospetti di interessi personali. Man mano che il gruppo si è allargato e la progettazione è entrata nel vivo, siamo riusciti a coinvolgere persino alcuni palesini che oggi abitano altrove e qualche residente di Santo Spirito – con la quale c’è sempre stata un minimo di “rivalità”. E’ un’esperienza benefica che mi sta permettendo anche di riallacciare i rapporti con chi, in passato, aveva travisato le mie intenzioni».

Il fulcro del vostro progetto, fin dalla fase embrionale, è sempre stato il porto di Palese: un porto del quale non si parla mai…

«Il porto di Palese è stato ormai da tempo declassato al terzo livello e non risulta nemmeno come porto nel Piano delle coste. Ad oggi viene utilizzato esclusivamente da pochi pescatori con le loro piccole imbarcazioni. Tra l’altro, a causa di un’errata progettazione, il braccio del molo di ponente accoglie le correnti marine, invece di sbarrarle, e ha portato a un progressivo insabbiamento del porto. Un problema che limita pesantemente la ricettività del bacino ma che in estate viene sfruttato da molte persone, soprattutto famiglie con bambini, che preferiscono quelle acque basse per la balneazione.
Da decenni, come comunità locale, ritenevamo che la soluzione più idonea fosse il dragaggio del porto per ripristinare la sua piena funzionalità. Tuttavia ci siamo scontrati con il disinteresse istituzionale e abbiamo compreso che la direzione da percorrere fosse un’altra, grazie anche all’ingresso nel nostro gruppo di lavoro del carissimo amico prof. Guido Masè, a lungo docente presso lo Iuav (Istituto Universitario di Architettura di Venezia).
Stiamo così studiando un’ipotesi progettuale che consenta di ampliare il bacino, per offrire attracchi adeguati alle imbarcazioni da diporto e da pesca, mantenendo però inalterata quella “spiaggia urbana” venutasi a creare con l’insabbiamento. In sostanza, vogliamo restituire operatività e attrattività al porto di Palese – il che significa recuperare il più forte elemento identitario del quartiere –, senza privarlo della funzione sociale che negli ultimi anni si è trovato a svolgere grazie all’azione della natura.
La nostra idea, che speriamo possa essere accolta dalle istituzioni e approfondita dal punto di vista tecnico, consiste nell’estensione dei due moli con piattaforme e pontili galleggianti, magari in legno marino, che permettano di aumentare notevolmente la capacità ricettiva del porto. Nella parte più interna dello specchio d’acqua invece, dove si è accumulata la sabbia, immaginiamo interventi mirati al miglioramento qualitativo della balneazione: ad esempio, installare un impianto di illuminazione sul camminamento del molo e sostituire la pavimentazione, in modo che sia praticabile anche a piedi nudi».

CONTINUA CON LA SECONDA PARTE

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