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Ripartenza turismo

“Nel comparto turismo sfruttamento dei lavoratori. Così non si riparte”: la denuncia di Cgil e Filcams Puglia

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Non sono i giovani a non aver voglia di lavorare, ma sono le imprese del settore del turismo a sfruttare i propri dipendenti. È questa, in poche battute, la denuncia di Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil Puglia, intervenuto in un dibattito che si preannuncia infuocato e che ha visto da parte delle imprese la denuncia di non riuscire a trovare personale da impiegare.

In occasione della ripartenza del settore della ristorazione e del turismo in generale, le aziende hanno denunciato mancanza di personale, tirando in ballo anche il reddito di cittadinanza, accusato di essere “la scusa” per cullarsi e non cercare lavoro. La Cgil non ci sta: «La verità è che nel turismo prevalgono lavoro nero, grigio, sotto salario, così come in altri comparti. Ora basta – dice Gesmundo – questo sfruttamento deve finire, altro che lamentele».

Il comparto turistico rappresenta in Puglia una delle voci fondamentali dell’economia locale. Per questo l’intero settore non può permettersi di ripartire con improvvisazione dopo le chiusure imposte dall’emergenza sanitaria. Serve pianificazione e la valorizzazione del lavoro di tutti gli addetti ne rappresenta un punto focale.

A Gesmundo si è unita anche Barbara Neglia, segretaria generale della Filcams Puglia, che ha risposto alla denuncia di mancanza di personale, portando alla luce delle contraddizioni, emerse da un’inchiesta del portale Senza Filtro. Secondo questi dati, in Puglia ci sarebbero 52mila imprese della filiera turistica e 135mila persone occupate. La media è di 2,5 unità per struttura. Un dato, secondo Neglia, che «nasconde una fetta di sommerso enorme».

«Un assurdo – aggiunge Neglia – per un settore dove le professionalità sono elemento di soddisfazione fondamentale nella percezione del turista sulla qualità dei servizi e della vacanza. Non è con improvvisazione, turni massacranti ben oltre le ore da contratto, mancato rispetto dei riposi, non corretto inquadramento, che possiamo qualificare un settore che impatta per 6,5 miliardi sui consumi finali e sviluppa 9 miliardi di valore aggiunto, circa il 13,6% del totale».

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