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Il silenzio assordante di questa pandemia

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È il 22 marzo 2020.

È domenica… ma una domenica che mi piacerebbe immaginare normale, una domenica in cui mi devo svegliare presto per fare una bella colazione che mi carichi di energie da sprigionare nella migliore delle prestazioni, una domenica in cui mi preparo il borsone e mi vesto con la  divisa da calcio sempre profumata di bucato e mi reco al campo accompagnato dai miei genitori che, forse, vorrebbero fare almeno una volta alla settimana  le cose con calma; ma, in fondo in fondo, sono felici di assistere alla partita domenicale e fare il tifo per me,  dietro quella retina verde che dopo due ore ti fa vedere il mondo a rombi, quella domenica che torni stanco morto, a volte con il sorriso e che ti sembra di toccare il cielo con un dito, oppure con l’umore sotto i piedi perché quella partita te l’eri immaginata diversa, perché ti aspettavi di giocare di più, di portare in vantaggio la tua squadra o di segnare il goal decisivo; ma non è successo nulla di tutto ciò.

L’ unica consolazione è che, ad attendermi, c’è la pasta al forno, quella con tante polpettine e tutte le altre cose buone che mamma prepara la domenica; purtroppo non è una di quelle domeniche che piacciono a me.

Si tratta già della terza in cui siamo chiusi in casa per colpa di una pericolosa pandemia che sembra che non finirà poi così presto. Mi affaccio al balcone e quello che vedo è surreale, una via deserta, niente auto, niente bus, nessuno in strada, niente traffico, niente smog, niente rumori di clacson, niente fischietti isterici di vigili stanchi delle violazioni degli automobilisti, regna solo un grande silenzio alla fermata del bus della sempre affollata piazza Umberto; non vedo nessuno, persino gli uccellini sugli alberi sempreverdi della Piazza, di cui scorgo le chiome dal mio balcone, non cantano… forse perché non c’è nessuno ad ascoltarli. La fontana è spenta, l’acqua non zampilla, l’unica presenza è la  camionetta dei soldati: sono lì, fermano ogni passante, chiedono il motivo per cui sono usciti di casa, chiedono che venga esibito questo foglio che è diventato un incubo, si chiama “autocertificazione” e ne annotano il nominativo su un quaderno.

Più avanti, tra gli alberi e le panchine, dove spesso ci sono gruppi di donne straniere, per lo più badanti nel loro giorno di riposo, o dove ci sono gruppi di ragazzi dall’aspetto poco raccomandabile, un’altra camionetta: questa volta sono i carabinieri che controllano i documenti di tutti i passanti,  anche loro chiedono di esibire quel “ foglio magico”. 

Questo silenzio dura già da 17 giorni, è un silenzio che fa troppo rumore, che è ancora più insopportabile perché irreale, fa paura, è messaggero di cattive notizie, mi verrebbe voglia di gridare per rompere l’incantesimo e sperare che sia solo un brutto sogno. Purtroppo non lo è.

Passano i giorni e nulla cambia, anzi sì, qualcosa cambia, il numero delle vittime e la velocità con cui il virus si propaga e si insidia nel corpo umano.

Non so cosa avviene là fuori, i miei genitori non dicono granché, ma capisco che nulla di buono mi aspetta, sento che la normalità tarderà ad arrivare.

Mi manca già tutto, sono 17 giorni che non vado a scuola, 17 giorni che non vedo i professori, i compagni di classe, il Mister e i compagni di squadra. Studio da casa, hanno inventato questo nuovo modo di studiare, si chiama Dad, non è così male; il pomeriggio studio e vedo Netflix, faccio le videochiamate con amici e parenti, non male come vita, ma poi ripenso alla MIA VITA e vengo assalito dall’angoscia: quando finirà questa storia fatta di morti, mascherine, guanti e amuchina il cui odore ormai è entrato prepotentemente nelle mia narici?

 Il COVID ha vinto, mi  ha privato della cosa più importante che, a fatica, ho conquistato: la libertà.

Sono passati 365 lunghissimi giorni da quel cinque marzo, da allora mi sembra di essere  su un’altalena che mi porta su e giù, ma non mi diverte, mi confonde e mi illude; quando mi sembra di sfiorare la normalità con la punta delle dita, ridiscendo velocemente verso il basso, immergendomi in quel colore giallorossoarancione che è ancora molto lontano dall’azzurro del cielo che invoca alla libertà.

Lorenzo Ardino, 3^D Scuola Secondaria I grado I.C. “G. Mazzini – G. Modugno”, Bari

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