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Maria, Giuseppe e le vittime innocenti di mafia da non dimenticare

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Otto figli. Tutti sposati, tranne l’ultima, Michela, che avrebbe detto sì il 16 settembre. Maria Colangiuli, 70 anni, vittima innocente di mafia – come recitano le cronache – quel sì non l’ha mai ascoltato. Aveva appena acquistato da una boutique il vestito che avrebbe indossato durante la cerimonia. Ma un proiettile vagante esploso durante una sparatoria per strada tra esponenti dei clan del San Paolo, la colpì ad un fianco. Lei, era nella cucina ricavata in una piccola veranda, al terzo piano dell’abitazione di via degli Abruzzi. Stava preparando la cena. Era la sera del 7 giugno 2000. In casa, con lei, c’erano il marito pensionato, il cognato e Michela. Erano impegnati ad apparecchiare la tavola. All’improvviso gli spari. Come i botti di Capodanno. Maria invoca la Madonna, si tocca il fianco, cerca di aggrapparsi alla cucina. Poi, il sangue, la corsa all’ospedale. Tutto inutile.

Come non è servito a nulla il pellegrinaggio del questore, Franco Malvano. Ha bussato ad ogni porta, casa per casa, percorrendo in lungo e in largo la strada, per cercare un indizio, un pettegolezzo, un’informazione che portasse agli emissari dei clan. Nessuno è mai riuscito a dare un nome e un volto agli autori della sparatoria. Il tempo, ha fatto il resto. Cercando di cancellare il ricordo di mamma Maria. La città attiva, però, lo ha  impedito. Prima l’intitolazione di un giardino, poi l’altro giorno la cerimonia di commemorazione.  Piccoli segnali, per non dimenticare. Ma non è mai abbastanza.

Le vittime innocenti di mafia, a Bari, sono tante. Alcune sono note grazie all’impegno di famiglie e associazioni. Basti pensare a Michele Fazio e Gaetano Marchitelli, gli adolescenti assassinati per sbaglio.

  Altre vittime, purtroppo, sono finite nell’oblio. Chi si ricorda, ad esempio, di Giuseppe Grandolfo? Aveva una moglie e due figli di 6 e di 10 anni. Il Duemila è stato un anno maledetto: i clan dettano legge per le strade. L’11 marzo l’uomo era in un circolo ricreativo del Libertà a giocare a carte. All’improvviso si materializzano due killer che sparano all’impazzata.  Giuseppe non ha il tempi di capire cosa stia succedendo. Si sente afferrare per le braccia. Il bersaglio dell’agguato, il boss del quartiere, appena scarcerato, lo usa come scudo umano. L’uomo stramazza al suolo crivellato da decine di proiettili. I killer? Purtroppo, mai individuati.    

Giuseppe Mizzi, 38 anni, operaio. Sta camminando in via Venezia a Carbonara, il 16 marzo 2011. Si accorge del ciclomotore che lo affianca e inizia a correre per raggiungere casa che dista poche decine di metri.  La persona seduta sul sedile posteriore impugna una pistola e fa fuoco, ripetutamente, da distanza ravvicinata. Preme il grilletto una, due, tre, quattro volte. Non può sbagliare, è come se fosse al luna park. L’ultimo proiettile arriva quando Giuseppe è già sul marciapiede. La sua colpa? Assomigliare ad uno spacciatore di un clan rivale. Il boss aveva detto poco prima ai killer: “Andate in giro e ammazzate il primo avversario che trovate”.  La spedizione di morte è portata a termine. L’errore? Alla mafia non importa. Pino – a casa lo chiamavano così – lascia moglie e due figli di 13 e 5 anni. La donna torna a casa col ragazzo più grande da una festa. Vede le transenne, il corpo riverso per terra coperto da un lenzuolo, i lampeggianti dei Carabinieri che riflettono la luce blu sul muro di casa. Lancia un’occhiata e capisce. Le scarpe sono quelle di Pino, l’ennesima vittima innocente di mafia.  

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