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Paladini dell’ambiente e promotori del verde urbano: conosciamo il gruppo “Vieni con me”

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Circa 7 tonnellate di rifiuti raccolti sulla costa e in campagna; 5 alberi acquistati in autofinanziamento e messi a dimora in aree pubbliche, assieme a varie piantine; 100 alberelli recuperati tramite l’Arif e presi in carico; oltre un centinaio di contenitori per mozziconi posizionati lungo le strade. Volendo quantificare, sono questi i risultati di tutto rispetto raggiunti dal gruppo “Vieni con me” in appena due anni di attività, nonostante ci fosse la pandemia di mezzo. E chissà quanto ancora si potrebbe fare, se si unissero altri volontari e se la collaborazione con le istituzioni diventasse sempre più proficua.
“Vieni con me” è un comitato spontaneo di cittadini (per lo più triggianesi) che opera, almeno per il momento, sui territori di Bari, Triggiano e Capurso. Un gruppo inclusivo che si batte a difesa dell’ambiente, sensibilizza la collettività alle buone pratiche ecologiche e promuove, nel contempo, un nuovo modello di città dove il verde abbia un ruolo centrale.

Eppure, tutto è nato per caso da una singola iniziativa, come ci racconta la fondatrice Porzia Lagattolla, che con il suo entusiasmo coordina le attività dei volontari: «Una mattinata di febbraio 2019 mi trovavo da sola in riva al mare, sulla costa di San Giorgio dove sono cresciuta. C’era stata una forte mareggiata e gli scogli erano tutti ricoperti da una coltre bianca, fatta di polistirolo e microplastiche: un fenomeno che non avevo mai visto manifestarsi in quel modo, pur essendo a conoscenza dell’inquinamento marino. Provai uno sconforto incredibile ma non rimasi inerte, per cui recuperata una busta dall’auto iniziai a raccogliere tutti i rifiuti possibili. Poi, una volta tornata a casa, pubblicai un post su Facebook per raccontare la triste esperienza ed esprimere tutto il mio sdegno.
Nei giorni seguenti molte persone mi dicevano quanto fossi brava per aver preso quell’iniziativa, ma io non volevo essere lodata: anzi, la mia risposta era “Vieni con me!”. Le domeniche successive tornai nello stesso posto con la mia famiglia e nel frattempo lanciai più appelli su Facebook. Alla quinta domenica, per mia grande sorpresa, si unirono a noi i primi tre volontari, e così facendo in estate eravamo già diventati una trentina».

Mettendo a disposizione il proprio tempo libero, professionalità, competenze e risorse, i volontari di “Vieni con me” vogliono dimostrare che una coscienza ambientale esiste eccome – anche se spesso occultata dalla diffusa inciviltà – e che facendo squadra si possono ottenere grandi risultati. «Preferiamo restare un comitato spontaneo, che garantisce la massima libertà di partecipazione a tutti, e non costituirci in un’associazione. – prosegue Porzia – E’ fondamentale capire che noi non perseguiamo ambizioni personali, ma vogliamo invece suscitare interesse e spronare la collettività in tutte le sue forme (cittadini, istituzioni e imprese) a prendersi cura dell’ambiente. Quello che facciamo con i clean up, il plogging, la raccolta fondi per l’acquisto di alberi, la campagna contro l’abbandono dei mozziconi e tanto altro ancora, sono solo piccoli gesti che speriamo possano essere replicati su larga scala.
Da quando è partita l’avventura di “Vieni con me”, abbiamo avuto un riscontro straordinario in termini di partecipazione; è stato bellissimo un giorno veder arrivare persino un ragazzo da Bitritto, tanto forte era il suo desiderio di rispondere al nostro appello. Tuttavia servono investimenti pubblici e soprattutto buona volontà, se si vuole invertire la rotta e rimediare ai danni ambientali finora provocati.
Questi obiettivi, apparentemente difficili da raggiungere, in realtà diventano più a portata di mano quando si lavora in rete: lo stiamo sperimentando a Bari dove, con una ventina di associazioni, movimenti e comitati simili al nostro (per citarne due, Retake Bari e VogliAmo Santo Spirito pulita), stiamo interloquendo con il Comune e l’Amiu per istituire una serie di accorgimenti volti a contenere la dispersione dei rifiuti, come ad esempio il vuoto a rendere, un sistema premiante per le attività commerciali plastic free o l’installazione di eco-compattatori».

Il nostro complicato rapporto con la natura deriva soprattutto da profondi retaggi culturali. Nel gruppo “Vieni con me”, guarda caso, c’è una volontaria che meglio di altri può illustrarci queste dinamiche, in virtù nella sua importante carriera accademica e della sua esperienza di vita nella civilissima Scandinavia per oltre vent’anni: si tratta di Elvira Brattico, docente di neuroscienze, musica ed estetica all’Università di Århus (Danimarca) e nel contempo docente di psicologia generale presso l’Università di Bari.
«Conoscere nuove realtà lontane da casa è sempre bello, ma appena è arrivata l’occasione giusta ho deciso di tornare qui, pur mantenendo legami sociali e lavorativi con il Nord Europa. Una scelta dettata non solo da ragioni affettive, ma anche dal desiderio di fare qualcosa per la mia terra, così piena di criticità da risolvere. – afferma Elvira, entrando subito nel vivo della questione – Il problema più grave è che la maggior parte della gente non si rende conto di quanto sia trascurato il nostro territorio. Davanti a queste situazioni di degrado, dovrebbe scattare una sana indignazione che spinga le persone ad adoperarsi per il bene comune. Eppure, quando svolgiamo le nostre attività volontarie, capita spesso che qualcuno ci definisca dei perditempo tirando in ballo le solite argomentazioni: “fatelo fare ai percettori del reddito di cittadinanza”, “paghiamo la tassa sui rifiuti perché il Comune pulisca” e così via. Ma come si può restare indifferenti e immobili davanti allo scempio ecologico?».

Quello che manca, evidentemente, è un senso di appartenenza e di responsabilità verso il mondo che ci circonda: «Avendo vissuto a lungo tra Finlandia e Danimarca, ho interiorizzato la cultura di quella gente che rispetta ogni luogo esattamente come se fosse casa propria. – continua Elvira – Per fare un esempio, non ci sono recinti per le aree pubbliche e nemmeno per le proprietà private, che si possono attraversare liberamente se c’è una ragione valida. Il senso di responsabilità individuale viene acquisito fin da piccoli, come pure il rispetto verso l’ambiente: i bambini lo apprendono già nelle scuole, che sono strutturalmente diverse dalle nostre e offrono tante possibilità di passare tempo all’esterno nei cortili, anche con temperature rigide. Gli studenti, insomma, vivono costantemente a contatto con la natura senza la paura ossessiva di sporcarsi. In questo modo possono inoltre conoscere il concetto di rischio in maniera sana, misurarsi con i propri limiti e crescere con la giusta autostima.
Noi invece siamo abituati a rinchiuderci in gabbie, sia fisiche che mentali: basta pensare alle recinzioni che i nostri standard architettonici e urbanistici continuano a prevedere, in ambito pubblico e privato, oppure alle grate che coprono le nostre finestre. Avvertiamo il costante bisogno di difenderci dal mondo esterno, di limitare la nostra libertà, soprattutto a causa dei livelli di criminalità che qui sono incomparabili rispetto al Nord Europa. Ma non ci rendiamo conto di quanto sia deleteria questa diffidenza, convincendoci che il mondo fuori non ci appartenga e dunque non sia necessario prendersene cura. Il decoro che regna nelle nostre case e nei nostri giardini stride terribilmente con quello che stiamo lasciando all’esterno.
Poi vorrei menzionare il cosiddetto “fenomeno delle finestre rotte”, che ho studiato nell’ambito della psicologia sociale e ambientale: tutto ciò che viene abbandonato in condizioni precarie, a prescindere dal contesto in cui si trova, richiama inevitabilmente vandalismo e inciviltà. Quando raccogliamo i rifiuti con i clean up o il plogging, vogliamo anche restituire pulizia e dignità a quelle aree proprio per disincentivare l’abbandono di ulteriori rifiuti».

Il contatto con la natura – che si tratti di contemplarla, interagirci o prendersene cura come fanno i volontari di “Vieni con me” – apporta all’uomo numerosi benefici comprovati sul piano scientifico, che Elvira ci riassume in conclusione: «E’ sufficiente una passeggiata in mezzo al verde, piuttosto che circondati da asfalto e cemento, per abbassare i livelli di cortisolo e tutti i biomarker relativi allo stress, come pure per riequilibrare la pressione sanguigna. Di conseguenza, potete immaginare quanto migliori la qualità della vita e la salute mentale se il contatto con l’ambiente è ancora più prolungato, o addirittura costante.
In letteratura si stanno accumulando anche studi che dimostrano nettamente come la carenza, nonché l’incuria del verde urbano incidano sui tassi di criminalità, vandalismo e disagio sociale, oltre a rappresentare un importante fattore di rischio per l’insorgere di disturbi psichici come la schizofrenia. Il verde stesso è un colore che infonde sensazioni positive, riduce l’ansia e stimola la creatività. Persino in tempi di pandemia: nell’ambito di un esperimento sociale, i cittadini di Palma di Maiorca (Spagna) hanno mostrato una migliore tolleranza dell’isolamento da lockdown grazie alle passeggiate in natura, che non erano vietate dalla loro misure restrittive».

Una città ricca di verde non implica solo il benessere psico-fisico dell’individuo, ma anche enormi vantaggi per l’intera comunità, laddove entrano in gioco fattori come la qualità dell’aria e le condizioni microclimatiche. Senza trascurare poi il lato economico: si parla infatti di una sensibile riduzione dei consumi energetici e dei costi sanitari, oltre che di una bellezza estetica capace di attrarre più facilmente attività commerciali e flussi turistici. Traguardi che si potrebbero raggiungere anche nei nostri centri urbani, se le pubbliche amministrazioni e i privati operassero in sinergia ridefinendo i criteri edilizi e urbanistici.
A spiegarci queste dinamiche è un altro volontario di “Vieni con me”, Salvatore Capotorto, che lavora come informatico presso l’Istituto per le tecnologie della costruzione del Cnr Bari: «Mi occupo prevalentemente di tecnologie per la valorizzazione dei beni culturali. Nel corso della mia esperienza sono arrivato ad una conclusione: per quanto ogni città o cittadina possieda i suoi tesori storico-artistici – che indubbiamente bisogna recuperare e rendere fruibili –, se non si cura il verde urbano non si può ambire ad una certa attrattività, per cui si soccombe inevitabilmente alle mete turistiche più blasonate. Prendete ad esempio i paesi del circondario di Bari: quello che si vede passeggiando per le strade è essenzialmente asfalto, cemento e una marea di auto. Oggi la promozione del territorio si fa anche dall’alto, con le nuove tecnologie come i droni, ma se quando ci si alza in volo si vede una distesa di terrazzi squallidi, vuoti o adibiti a deposito, non si può andare lontano…».

Quali azioni, concretamente, si potrebbero mettere in campo per rendere una città più verde? «E’ stato calcolato che in una città piena di alberi le temperature estive si abbassano in media di circa 2 gradi, contrastando il cosiddetto fenomeno dell’isola di calore. – prosegue Salvatore – Questo grazie alla combinazione di ombreggiatura, traspirazione delle foglie e fotosintesi clorofilliana (che assorbe anidride carbonica e rilascia ossigeno nell’ambiente). Con i benefici indotti in termini di salute dei cittadini e consumo energetico, un albero fa risparmiare circa 100 euro al Comune per ogni anno di vita. Bisognerebbe, dunque, iniziare a piantumare alberi a determinate distanze in tutte le strade che lo consentano, anche al costo di sacrificare qualche posto auto. Un esempio virtuoso che si sta realizzando a Bari è rappresentato dai bulb out, ossia gli allargamenti dei marciapiedi agli incroci: impediscono la sosta selvaggia, offrono nuovi spazi per socializzare e possono ospitare piante.
In parallelo, si dovrebbe intervenire sulle abitazioni private con incentivi economici, o quantomeno linee guida da parte delle amministrazioni comunali. I balconi fioriti sono particolarmente apprezzati dai turisti e contribuiscono a rendere la città più sostenibile, specie se si scelgono piante a foglia larga che catturano più luce solare massimizzando la fotosintesi clorofilliana. Andrebbero inoltre realizzati giardini pensili sui terrazzi, che fungono anche da cappotto termico (compatibilmente con la resistenza strutturale del solaio), e persino giardini verticali sulle facciate cieche, valorizzando così delle superfici che oggi vediamo spoglie e trascurate».

Altro aspetto di assoluto rilievo riguarda la manutenzione del verde, che deve essere sempre garantita: un giovane albero, infatti, ha soltanto il 50-60% di possibilità di sopravvivere se non riceve adeguate attenzioni. I volontari di “Vieni con me” lo sanno benissimo e proprio per questo hanno messo su un’organizzazione eccellente, con la quale ogni giorno si prendono cura delle nuove piantumazioni. Quanto ai Comuni, se si incrementasse il verde in maniera programmatica, l’aggravio di spesa per la manutenzione sarebbe compensato da tutti i risparmi indotti e permetterebbe, inoltre, di creare nuovi posti di lavoro specializzati.

A conclusione del suo intervento, Salvatore condivide con noi alcune riflessioni sui servizi di nettezza urbana: «La crescente diffusione della raccolta porta a porta è senza dubbio un vantaggio, nel momento in cui costringe i cittadini (almeno moralmente) a differenziare i rifiuti. Tuttavia un errore comune che commettono le amministrazioni locali, a mio modesto parere, è quello di limitare la campagna di sensibilizzazione alla sola fase di avvio del servizio. Il coinvolgimento dei cittadini, e in particolar modo degli studenti, deve essere invece costante se si vogliono prevenire fenomeni di conferimento errato e abbandono di rifiuti nell’ambiente. Porzia stessa pubblica instancabilmente post del genere sul nostro gruppo Facebook, cercando di colmare queste lacune comunicative.
In molti Comuni sembra poi che il sistema di tracciabilità, con i codici a barre/Qr code applicati sui bidoncini, non sia mai entrato in funzione nonostante sia previsto dal contratto con l’azienda. Un sistema che permetterebbe, sulla carta, di irrogare sanzioni in caso di conferimenti errati ma anche di premiare i cittadini virtuosi con sgravi sulla Tari.
Infine c’è una carenza cronica di controlli sul territorio, specie nelle campagne dove spesso, durante i nostri clean up, vediamo addirittura rifiuti sedimentati sotto uno strato di terreno, oltre che in superficie. Così si spiegano le esalazioni tossiche che si sprigionano quando bruciano le sterpaglie.
Tutta questa negligenza non fa altro che tenere bassissima l’attenzione verso l’ambiente e favorire comportamenti illeciti, dei quali pagheremo inevitabilmente le conseguenze».

Per essere sempre aggiornati sulle attività dei volontari e magari per unirvi a loro, vi invitiamo ad iscrivervi al gruppo Facebook “Vieni con me”.

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