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Chiusura “Del Prete”, genitori e docenti avviano raccolta firme

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Una ferita al cuore, alla storia e alla cultura della città di Bari, ma anche al popoloso quartiere di Carrassi e alla comunità barese. La decisione di chiudere la scuola “Carlo Del Prete” istituita 93 anni fa (l’edificio risale al 1928) in realtà è qualcosa di più doloroso di una ferita anche perché è stata una «lenta moria. La cronaca di una morte annunciata» ci dice una delle docenti presenti, insieme con tante colleghe, genitori, alunni di ogni età ed ex studenti, alla assemblea aperta organizzata da un gruppo di docenti e genitori, davanti all’edificio di corso Benedetto Croce che, per decisione del presidente del Municipio II, è destinata ad ospitare gli uffici dello stesso ente comunale pronto a trasferirsi da Stradella del Caffè ed unirsi agli Uffici Anagrafe qui presenti da tempo al piano terra.

Tra i partecipanti alla protesta si avverte un forte legame di comunità, di sentimenti, di ricordi e di grande riconoscimento verso chi questa scuola l’ha sempre fatta vivere nonostante tante difficoltà incontrate nel corso degli anni, ovvero il corpo docente. Non ci stanno a veder «cancellare il presidio di cultura e tanto meno in maniera così brutale» come ha detto con voce rotta dall’emozione a tratti dettata da toni di rabbia per lo sconforto, l’ex docente Tonia Guerra che, tramite un social group, ha fatto conoscere ai baresi cosa stava accadendo. «La scuola non è un contenitore da riempire con altro – ha gridato al megafono la docente in pensione – E’ luogo di ristoro e di ritrovo e la nostra città è povera di tutto questo».

E che la “Del Prete” sia questo da tempo lo dimostra pure con gli anni di inclusione e di intercultura dedicati agli alunni stranieri, tra l’altro presenti con le mamme, e che qui, ci dice un’altra insegnante, sono pari a circa il 50% di tutti gli studenti. Anche loro come gli altri compagni delle ultime tre classi qui rimaste (una seconda, una quarta e una quinta) dovranno trasferirsi nella scuola “De Amicis” in un diverso plesso dello stesso istituto comprensivo. Una decisione “forzata” che portano non pochi disagi a molti genitori e famiglie soprattutto a chi ha già un figlio qui iscritto da anni o a chi si ritroverà, dal prossimo anno scolastico, a dover accompagnare un figlio alla “Del Prete” perché qui resteranno due sezioni della scuola dell’infanzia e l’altro all’elementare di via Re David. Qualcuno ci informa che la decisione di lasciare qui le classi della scuola materna sarebbe dovuta al fatto che la “De Amicis” non ha abbastanza aule per ospitare tutti i bambini. Non solo. Un’altra insegnante mette in evidenza che «una classe il prossimo anno dovrà essere ospitata in una inagibile perché è presente un tubo per non si sa quale utilizzo».

Le denunce e i ricordi si susseguono come un fiume in piena. Quelle che ci sembrano le più gravi e le più tristi riguardano due biblioteche. La prima ospitata nel plesso di corso Croce e creata circa 15 anni fa è stata smantellata, ricorda Tonia Guerra, nel corso dell’ultimo decennio. «Le insegnanti trovarono un giorno libri gettati nei cassonetti presenti all’interno dello stesso istituto – aggiunge con dolore un’altra – In tante si prodigarono a salvarne il più possibile. Oggi siamo venuti a conoscenza che la piccola biblioteca nella De Amicis è stata smembrata per far posto ad una classe il prossimo anno». Può una scuola definirsi tale senza una biblioteca?

Docenti e insegnanti non accettano come risposta, alle loro richieste di motivare la decisione, che è dovuta al calo demografico, piuttosto c’è un «vertiginoso calo di iscrizioni, caso unico tra le scuole di Bari, indotto da una serie di servizi mancati come la segreteria trasferita, i “no” ripetuti ai progetti e iniziative presentati dagli insegnanti per far vivere la scuola e continuare ad insegnare e a far crescere la cultura ma che è stata negata senza un motivo credibile». Se la “Del Prete” muore ci sono scuole vicine che sono sovraffollate. «Ci sentiamo dire – confessa un genitore – che sono troppi i bambini dell’ex “Del Prete” che ci mandano e non sono pochi i bambini che ora vengono messi in lista di attesa per le iscrizioni al prossimo anno perché ci sono già troppi iscritti”.

Tutti sono d’accordo che bisogna trovare una soluzione senza sacrificare la cultura. «Per far tornare qui quello che è stato portato via» e per chiedere l’attenzione e un intervento deciso dell’assessore all’Istruzione Paola Romano, ma anche del sindaco Antonio Decaro, del direttore dell’Usr, del presidente del Municipo II e del preside dell’istituto comprensivo “De Amicis-Laterza”, un gruppo di genitori ha avviato una petizione con raccolta firme che continuerà sino al 30 giugno prossimo, giorno in cui è stata organizzata una riunione (sposta dal 29 e dal Municipio II dove avrebbe dovuto svolgersi) al Comune, giorno in cui sperano di poter incontrare tutti gli amministratori e poter decidere insieme sul futuro della scuola. A sostenere la protesta e le richieste che seguiranno, tra cui quella di valorizzare il lavoro di anni degli insegnanti e di poter rivalutare la scuola stessa, di questo gruppo di genitori e docenti che stanno pensando di costituire un comitato, ci sono anche “La Scuola che vogliamo – Scuole diffuse in Puglia” e “La Rete Civica Urbana di Carrassi-San Pasquale-Mungivacca”.

E sicuramente non mancherà, come già fatto in passato dieci anni fa quando fu bloccato un altro tentativo di chiusura, l’appoggio di tanti rappresentanti culturali che qui hanno iniziato la loro lunga carriera professionale. Tra gli illustri cittadini che hanno frequentato lo storico istituto c’è pure il direttore di Bariseranews Michele Salomone. Grande il dispiacere di chi ha tanti ricordi legati alla sua infanzia. Pure tra chi ha lasciato i banchi poco tempo fa come i fratelli Saverio di 14, Giusy e Domenico di 12 anni, che qui hanno trascorso otto anni dalla materna alla elementare e ai quali ritornano in mente i lunghi corridoi e le file dei bambini, il grande giardino e le lezioni di botanica con la piantumazione di un albero, o la mensa, e le ampie classi (una trentina circa quelle presenti in tutto l’edificio) che in tempo di pandemia servirebbero a garantire il distanziamento a tantissimi alunni e quindi salute ai cittadini del futuro.

Tutto questo accade in una città che sperava di essere nominata capitale italiana della cultura 2022 e che mira alla prossima candidatura. Possiamo permettercelo?

Anna Caiati

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