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XIII Domenica del Tempo ordinario

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Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)
Fanciulla, io ti dico: Àlzati!

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Il Vangelo di questa domenica ci invita a riflettere sul nostro atteggiamento circa la morte e la sofferenza nella malattia. Si tratta di due temi di fondamentale importanza che accompagnano la vita dell’uomo. Temi dinanzi ai quali da sempre l’uomo non si dà pace, fino a sentirsi abbandonato da Dio, o addirittura fino a vedere Dio come l’autore della morte e della stessa sofferenza.

La Parola di Dio che oggi la liturgia ci presenta, ci aiuta a prendere le distanze da tali letture negative su Dio che frequentemente emergono nella mente durante il nostro viaggio terreno. La prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, risponde all’interrogativo umano del perché dell’esistenza di queste due realtà negative, e lo fa dicendo apertamente che “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi”. Da dove hanno origine dunque la morte e la sofferenza, se non sono state create da Dio? Anche a questo quesito risponde la prima lettura: morte e sofferenza approdano nella vita dell’uomo a seguito del peccato, ovvero del cattivo uso della libertà da parte dell’uomo stesso, il quale accarezzando il desiderio di sostituirsi a Dio, si mette in ascolto del divisore, del diavolo, di colui che invidia Dio, di colui che si è ribellato a Dio.

Alla luce di ciò, dobbiamo imparare a leggere queste due realtà con uno sguardo di fede e non come un abbandono di Dio. Così facendo scopriremo che il Signore in realtà non è rimasto inerte, ma ha mandato suo Figlio perché attraverso la sua passione, morte e risurrezione, la storia dell’uomo ritrovasse l’orizzonte di salvezza perduto. A conferma di quanto detto finora, il Vangelo odierno, attraverso le due storie di salvezza presentate: la guarigione dell’emorroissa e il risveglio della figlia del capo della sinagoga, sottolinea come Dio in realtà prende le distanze da morte e sofferenza donando all’uomo la salvezza.

Ma questo sguardo di fede ci risulta difficile, puntualmente prevale nell’uomo il suo sguardo incapace di andare oltre il limite della morte corporale, incapace di volgersi verso l’eternità e la bellezza di quanto ci aspetta. Ed ecco che prevale la logica del “carpe diem”: “chi vuol esser lieto sia: di doman, non c’è certezza”! Quindi di una vita senza Dio, orientata a cogliere ogni attimo, ad ogni costo, fino alla perdita totale di ogni valore. Una vita vissuta così, non può che generare altra morte e soprattutto forte angoscia davanti alla fine della vita man mano che essa volge al termine.  L’uomo continua a sperare che la scienza un giorno possa arrivare a risolvere il problema della morte, rendendolo immortale. Ma la scienza può solo migliorare, com’è successo fino ad oggi, le condizioni di vita dell’uomo. Il limite della morte corporale posto dall’uomo stesso alla propria vita attraverso il peccato originale, non potrà mai essere rimosso se non con uno sguardo di fede, quello sguardo che Gesù ci invita a fare nostro dicendo oggi ad ognuno di noi: “Non temere, soltanto abbi fede”.

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