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«Come può il divino conciliarsi con un umano così “umano”?», il Caffè Spirituale di Mons. Savino

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno B)
Ez 2,2-5; Sal 122; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

4 Luglio 2021

Nel Vangelo di questa Domenica, XIV del Tempo Ordinario, l’evangelista Marco racconta che Gesù, per la prima volta, dall’inizio del suo ministero pubblico ritorna nella sua città natale. A Nazareth “era stato allevato” (Lc 4,16) e aveva anche trascorso i suoi primi trent’anni di vita “nascosta”, di cui non abbiamo notizie.
Immaginiamo, dunque, la curiosità degli abitanti di Nazareth che rivedono un loro concittadino diventato famoso per la predicazione e i gesti terapeutici che compiva.
La curiosità si trasforma in stupore appena incominciano ad ascoltare il suo insegnamento nella sinagoga: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”.
Sono ben cinque le domande che Marco annota.
Lo stupore è accompagnato da scetticismo e incredulità: “Ed era per loro motivo di scandalo”.
Lo scandalo, l’incredulità e lo stupore sono riconducibili ad una domanda di fondo: come può il divino conciliarsi con un umano così “umano”? Come può Dio manifestarsi in una realtà così quotidiana e così familiare?
I nazarethani credono di conoscere Gesù e ciò costituisce l’ostacolo più grande per aprirsi ad un oltre che va al di là della immediatezza.
“La meraviglia è un pochino sempre a doppio esito: c’è la meraviglia che vuol capire, che si lascia educare a capire. […] E c’è invece la meraviglia che non nasce dall’intelligenza, cioè dalla volontà dell’uomo di capire, di piegarsi e di incontrare la verità o comunque ciò che gli si manifesta: ma è la meraviglia della ragione, che conduce a misurare questa cosa secondo il metro che sono io. Questa meraviglia conduce alla incredulità e al rifiuto, mentre la prima conduce all’ammirazione, si lascia educare dall’avvenimento, si lascia piegare” (G. Moioli).
La reazione di Gesù all’incredulità dei suoi concittadini è amara, di una amarezza mista a meraviglia: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua … e si meravigliava della loro incredulità”.
Una costante nella storia della salvezza è data dal fatto che, chi parla della Verità, non viene compreso da chi potrebbe comprendere. Ecco perché Gesù afferma che un profeta è disprezzato proprio dalla sua patria.
Poiché i suoi concittadini non credono in Lui, Gesù non compie alcun prodigio: l’incredulità rende impossibile ogni opera di Dio, invece la fede può tutto. I gesti terapeutici, i prodigi che Gesù compie, sono sempre in risposta alla fede.
Prima di abbandonare la sua città, Egli compie qualche guarigione imponendo le mani a pochi ammalati perché il suo disappunto non arriva al rifiuto totale.
Il Vangelo di questa Domenica ci interroga seriamente sul nostro atteggiamento nei confronti delle persone che ci sono familiari, che conosciamo molto bene per cui pensiamo che da loro non possa scaturire una parola o un gesto che vengono da Dio. In altri termini non abbiamo fiducia specialmente in chi conosciamo bene, mentre siamo sempre pronti a credere a qualcuno che si impone alla nostra attenzione in modo straordinario.
È veramente paradossale che ci scandalizziamo nel vedere Dio come uno di noi.
Lasciamoci, dunque, convertire da Dio incarnato in Gesù.
Buona Domenica.

✠ Francesco Savino

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