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Letta e il Pd in trasferta a Taranto

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Oggi, mi è ricapitato fra le mani un articolo di Annarita Digiorgio (IL FOGLIO del 15 giugno scorso) sulla visita a Taranto di Enrico Letta. Il segretario era accompagnato dal sindaco tarantino Rinaldo Melucci e dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, significativi e noti esponenti del PD pugliese.

È nota l’odissea della città e del siderurgico sballottolati fra tribunali civili e penali, fra TAR e Consiglio di Stato, fra sentenze e condanne, fra amministrazioni locali e Governo, fra i Riva e gli ArcelorMittal, fra inquinamento mortale e lavoro, fra le mistificazioni dell’ARPA (agenzia regionale di controllo ambientale) e la Cassazione.

Dopo tante vicissitudini, fra alibi procedurali, lo stallo è ancora lì, nonostante questa gran compagnia di illustri personaggi e istituzioni.

Roba da non credere, da repubblica delle banane: un ex gioiello tecnologico condotto al macero, venduto ripreso e rivenduto; ma ancora onere statale, per il quale il Paese spenderà € 1,8 mld del PNRR e di soldi pubblici.

Di questo scempio e di questa passerella di poteri inutili e incapaci abbiamo già scritto.

Tuttavia, la domanda che qui ci poniamo è: ma che ci è andato a fare a Taranto il segretario del PD, una settimana prima della sentenza del Consiglio di Stato che avrebbe rigettato l’ordinanza di chiusura dell’area a caldo per “assenza dei presupposti di legge” (ennesimo esempio tipico di Ponzio Pilato)?

La Giornalista è perentoria: “Il segretario del Pd riesce nell’impresa di andare in visita a Taranto e di non prendere posizione sull’ex Ilva” … eppure egli ha sostenuto con foga la costituzione della nuova società tra Arcelor e lo Stato; ha parlato di un “risarcimento” alla città (boh!); ha sostenuto la “de carbonizzazione” del siderurgico.

Ma dietro dichiarazioni di maniera, il buio: soldi regalati ad ArcelorMittal? Quanto tempo sarà necessario per la riconversione? Lo sa, il Segretario, che l’operazione andrà molto oltre la attuale legislatura? Che ne sarà dei posti di lavoro persi ne periodo di transizione? Quale il piano per affrontare la situazione sanitaria? Che fine ha fatto lo strombazzato Disegno per Taranto, che dovrebbe diversificare il reddito cittadino? Quale il Disegno per il Paese?
Quello che lascia perplessi è lo “sbandamento strategico” nel quale versa il PD, nonostante tutti sappiamo, per il grande risalto dato all’avvenimento, che “forze fresche” siano arrivate in Italia dalla Francia
per porre fine ai patemi del partito.

Tuttavia, le dinamiche politiche scoprono le verità: si scopre, infatti, che l’unica strategia del PD era focalizzata sulla alleanza con i 5S facendo perno sull’avvocato del popolo (l’uomo della Provvidenza).

Infatti, il partito ha passato due anni ripetendo ai propri elettori e militanti che Giuseppe Conte era un punto di riferimento per tutti i progressisti, un nuovo Prodi, il candidato ideale alla guida del centrosinistra.

Adesso, con il collasso del movimento grillino e un Conte mai collocato, addio strategia!

Ma quale strategia sarebbe l’affidarsi ad un comico e a un avvocato del popolo per un partito di grande lignaggio storico?

Veramente non si capisce più nulla.

Insegnavano a scuola che la Politica (da “Polis”) era una arte per gente illuminata: disegnare un futuro di crescita e sviluppo per la Comunità, anticipando dinamiche, tensioni, attese della Società.

Oggi, che siamo “protetti” (o dominati, fa ben poca differenza) da una organizzazione di burocrati capillarmente diffusa, non si riesce a produrre un Disegno per il Paese né, tantomeno, a risolvere un qualsivoglia problema.

Si nota solo il consolidamento autoreferenziale dell’organizzazione citata e dei posti di potere (uno splendido esempio di “consumo abusivo d’ossigeno”) che corrisponde alla lenta degenerazione della società civile ed economica sempre più mal “sovvenzionata”.

Fin quando durerà? Non è difficile avanzare previsioni catastrofiche.

In verità, bisogna riconoscere che l’lettore è il primo a disinteressarsi di un Disegno per il Paese: esercizio troppo complicato su cui dover applicarsi. Meglio ridursi alla dicotomia fra la posizione neutrale d’indifferenza e la furbizia di cogliere qualche opportunità personale in questo gran caos.

Siamo sempre lì: alla carenza strutturale di un Disegno politico: inesistente; e su questo insisto. Perché non si crederà che le eiaculazioni mentali di tavoli a rotelle o di monopattini ambientali siano la spia di qualcosa di più concreto!

Cosa propone il PD di oggi per il Paese?

Aumento della tassa di successione; lo ius soli e lo ius culturae; la legge Zan; la parità di genere; la strenua difesa del coprifuoco; le minacce di nuovi lock down.

Guarda un po’, tutte questioni divisive adatte a spaccare il Paese e ad impegnarlo in discussioni e scontri senza soluzione?

E poi, ossessivo appiattimento ad ogni posizione dell’EU, al grido di “lo vuole l’Europa” come se lì tutto sia giusto, corretto, insindacabile.

Ma tant’è, il PD appare essere il partito dell’Unione Bancaria, dei privilegiati e dei privilegi.

Infatti, di fronte al disastro annunciato dei 5S (che il quasi 35% del Paese non voleva neppure immaginare, ammaliato dai vaffaday del comico Grillo); di fronte alla serafica tenuta da tennis di un futuro capo (ex avvocato del popolo) di un nuovo partito accreditato di un circa 15% (!); Enrico Letta ammette la sua grave preoccupazione per le possibili ricadute sull’elezione del presidente della Repubblica.

Appare sintomatico che Letta e Renzi siano accomunati dallo stesso problema. Quale? Mettere le persone “giuste” al posto “giusto”.

Qualcuno sa dire dove è andato a finire il Paese, con tutti i suoi problemi, in tutti questi giochi e intrallazzi che, stranamente, diventano spot pubblicitari?

Mi domando cosa pensino questi “attori di sistema”, senza arte né parte e in cerca d’autore, di un pubblico che si appassiona e applaude freneticamente ad ogni loro esternazione?

Oggettivamente, il PD avrebbe, come azionista privilegiato del Governo Draghi, l’occasione di un potente rilancio, ma dimostra tutta la sua incapacità a cogliere la opportunità. È un partito che appare stanco e privo di idee, di proposte di riforma, di avvenire. Si comincia ad avere l’impressione che il suo altalenante consenso del 20% sia un retaggio di furbe trascorse collocazioni di potere amministrativo burocratico.

La vacuità del PD è dimostrata dal fatto che esso ha votato ben due PNRR: il primo, quello del Conte II, era una pura lista della spesa ed è stato, diciamolo chiaramente, il motivo della defenestrazione del Giuseppi, voluta dalla EU; il secondo, non si capisce se il partito di Letta vi abbia attivamente partecipato.

Il rifugiarsi nel passato, testimoniato dalla sensazione di una strisciante svolta massimalista, non aiuterà il Partito guidato da Letta perché, fra l’altro, impedisce una reale integrazione con il pragmatismo di Mario Draghi improntato ad un banale riformismo.

Palmiro Togliatti definì il massimalismo: “Una forma singolare della disperazione politica”. Il PD manca di una strategia politica, di un Disegno per il Paese e appare avere qualche scheletro nell’armadio: è singolare, infatti, che il Nazareno si opponga alla istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla gestione della prima fase della pandemia.

Antonio Vox, Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile

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