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Vent’anni fa l’omicidio Fazio, Lattanzio (Commissione anti mafia): “Quel fatto cambiò la percezione della criminalità a Bari”

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Il 12 luglio 2001 le chianche del borgo antico si macchiavano di sangue: vent’anni fa l’omicidio del 16enne Michele Fazio, vittima innocente di un conflitto a fuoco fra clan rivali di mafia per le strade di Bari vecchia. Il 2 ottobre 2003 la storia si replicava, stavolta a Carbonara, dove il 15enne Gaetano Marchitelli morì dopo essersi trovato nel mezzo di una sparatoria fra sicari di mafia. Due eventi di sangue che – di fatto – hanno spaccato a metà la coscienza dei baresi sulla mafia e sul ruolo delle comunità sociali nella lotta non repressiva alla criminalità organizzata, creando un “pre” e un “post”. Se ne sta parlando in questi giorni, in occasione del ventennale dell’omicidio Fazio, nelle aule dell’Università di Bari, per una serie di convegni organizzati dall’onorevole Paolo Lattanzio e dalla sezione barese dei Giovani democratici.

Ieri pomeriggio il primo incontro del ciclo “Per un’antimafia diffusa” introdotto dallo stesso Lattanzio, deputato barese del Partito democratico e membro della Commissione parlamentare antimafia, con cui abbiamo discusso del tema della criminalità organizzata e di come è cambiata la lotta sociale, politica e civile dopo quei tragici eventi.

Michele Fazio e Gaetano Marchitelli: negli ultimi vent’anni, a causa di questi fatti di sangue, è cambiata la percezione dell’antimafia a Bari, in Puglia e al Sud?

È cambiata perché prima c’era una sorta di rimozione; il tema veniva negato, come accade ancora in altre realtà. Ci si nascondeva dietro la non esistenza delle mafie come tentativo di tutelare il proprio territorio. Da ultimo con Simeone Di Cagno Abbrescia, ma non solo con lui, si credeva che bastasse dire “La mafia non c’è” perché non ci fosse davvero. Con gli omicidi Fazio e Marchitelli ci si rese conto che la mafia esisteva, si stava strutturando grazie agli scambi con la camorra cutoliana, aveva dei vangeli e degli alti gradi già operativi in città, dagli Anacondia ai Capriati. Ciò che mancava era l’antagonismo alla mafia; una società immatura, accartocciata su se stessa, prendeva la narrazione di una “mafia buona”, che ci dà da lavorare senza tutti gli aspetti negativi per esempio della Sicilia. Poi gli omicidi di Gaetano e Michele creano una cesura: la gente si arrabbia, protesta, capisce che ognuno di noi è raggiungibile da quel dolore e incontra una congiuntura favorevole, perché vere un ex magistrato come sindaco, nel primo mandato Emiliano, non era scontato. Nel 2005-‘06, Bari trova dei giovani strepitosi come Stefano Fumarulo e Angelo Pansini che creano un modello unico come l’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata, e un terzo settore che inizia a capire la quotidianità dei progetti antimafia. Da qui nasce un’attivazione sociale, grazie anche al lavoro dei familiari delle vittime innocenti.

Questa serie di incontri che lei ha organizzato con i Giovani democratici evidenzia un rapporto fra antimafia e università. Qual è l’obiettivo?

Vorrei che anche l’accademia, di cui ho fatto parte da studente e da ricercatore precario, prenda posizione nel lavoro di lotta alle mafie. A Bari abbiamo creato un osservatorio che ha l’obiettivo di monitorare la produzione scientifico-divulgativa e le iniziative didattiche sul tema dell’antimafia. Gli urbanisti stanno facendo ricerca sul fatto che le conformazioni delle nostre città permettano o meno l’esclusione sociale, aumentando o no la possibilità di fare criminalità? I letterati, gli psicologi stanno lavorando su questo tema? A noi interessa saperlo e capirlo. Da ultimo serve una fase di rilancio: dal rettore Bronzini e dai suoi colleghi dell’università pubblica e privata ho ricevuto risposte positive alla mia idea, adesso bisogna produrre e formulare ipotesi per attivare dei corsi accademici. Non è possibile che non si faccia didattica dell’antimafia qui, e questo funziona se studenti e studentesse hanno un ruolo. Un corso antimafia calato dall’alto per gratificare il parlamentare, il magistrato o un pezzo di sensibilità non serve a niente; se c’è una spinta da parte degli studenti affinché questi temi diventino centrali, allora davvero possiamo fare cambiamento.

Da membro della Commissione antimafia, come ha visto cambiare il rapporto criminalità-società durante la pandemia?

Una catastrofe. La mia relazione, approvata all’unanimità in Commissione, analizza l’impatto sulle comunità sociali: è tornata in auge la narrazione della “mafia buona”, perché a Bari, a Palermo, a Città del Messico, i figli dei boss mafiosi portavano i pacchi di pasta, arrivando inevitabilmente prima dello Stato. Se non rispetti nessuna legge e hai liquidità, ti puoi permettere di arrivare in anticipo. Le mafie lucrano sulle difficoltà, economiche e relazionali, costruiscono un welfare alternativo: fanno credito, fanno assistenza, fanno arrivare le mascherine a chi non può comprarle, aggredendo le comunità già deboli. La mafia non nasce con il Covid, ma ha avuto un’accelerazione con la pandemia, andando ad agire dove non ci sono lavoro e diritti, dove i bambini abbandonano la scuola a 10 anni. Si sono esasperati dei gap, e la risposta non la danno solo ordine pubblico e indagini, ma anche istruzione, scuole aperte 24 ore, possibilità di fare imprenditoria sociale dal basso. In caso contrario, le mafie non solo mangeranno le imprese già in bilico, ma anche la possibilità di sopravvivenza delle comunità. Il welfare sociale costruito dalla mafia durante la pandemia, dall’assistenza sanitaria alle mascherine al computer per la didattica a distanza, non è un investimento “pro bono”: si traduce o nel conservare in casa scatoloni con chissà cosa all’interno, o nel nascondere qualcuno, o – più banalmente – nel votare chi ti viene detto di votare. Se non incidiamo su questo aggancio, non andiamo da nessuna parte: si interviene solo aiutando le comunità ad avere lavoro e diritti, e abbattendo le disuguaglianze.

La politica barese, pugliese e nazionale spesso si lascia andare a toni enfatici sull’aver tolto spazi e beni alle mafie. Però poi scopriamo che la criminalità organizzata arriva anche nei consigli comunali, nei consigli regionali, in Parlamento…

 Ci sono degli strumenti per intercettare questi fenomeni; alcuni funzionano bene, altri meno. Il fatto, però, mi “scandalizza” poco: si tratta di tentativi di infiltrazione che lo Stato è abbastanza bravo a intercettare. La vera domanda, però, è: con i beni sottratti alla mafia che facciamo? Li mettiamo a disposizione del terzo settore, con una serie infinita di bandi? Un bando per averlo in dotazione dal Comune, uno per rimettere a posto gli arredi, poi un terzo per fare le attività. Bisogna costruire una rete semplificata; la necessità di semplificazione si avverte qui, non sul Codice degli appalti. Le pubbliche amministrazioni devono poter rendere immediatamente operativi i beni confiscati, non per fare attività statiche ma per creare lavoro. Finché ci saranno i migranti trattati come schiavi nel foggiano, ci sarà un “esercito di riserva” del lavoro ancora gigantesco. Ora serve intervenire per portare proposte di un’antimafia non più solo volontaria, statica e aggregativa ma di azione. La chiamo “antimafia diffusa”, che necessita di una fase di militanza: chi, come me, ha lasciato la politica dopo i fatti di Genova, nel movimento antimafia del 2005-’06 ha trovato la forma migliore di intervento politico sulle proprie comunità. Ora siamo in fase di risacca, e il problema va posto.

Il caso Brusca ha, all’improvviso, risvegliato la coscienza dell’opinione pubblica in relazione a una legge sui pentiti che – in realtà – sta lì da anni. Lei che posizione prende?

Capisco il malessere, la notizia di Brusca anche a me ha creato mal di pancia. Ma è una legge che ha permesso di arrestare una marea di gente, di scoprire delle trame e dare colpi decisivi alla mafia. Che piaccia o meno, è una legge voluta dallo stesso Falcone e che ha funzionato molto; se i benefici sono così ampi, è giusto che la legge rimanga in piedi e venga valorizzata, affinché ci siano ancora più pentiti. Ora stiamo avendo dei pentiti nella mafia nigeriana e nella mafia foggiana, due dei nuclei più chiusi perché familistici e di interessi economici: è una cosa a cui in questa fase non si può rinunciare, che piaccia o meno.

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