Indomita Genova, le lacrime di luglio

“Indomita Genova / le lacrime di luglio / infondere paura come forma di controllo”. Il verso è estratto da “Fantasma”, canzone del gruppo torinese Linea 77 che ha l’indiscusso merito di descrivere in poche parole quello che fu il G8 di Genova. Il 19, 20 e 21 luglio 2001, 20 anni fa, nella città ligure si consumò il momento più basso della nostra storia repubblicana post-fascista; un fatto che può essere assimilato allo stragismo nero, al terrorismo delle Brigate rosse, alla violenza sistemica con cui la mafia sfidò quei rami dello Stato che a essa si opponevano. Con una sola aggravante: a Genova il male assoluto, radicale, indossava la divisa dello Stato.

I fatti del G8 italiano sono stati raccontati in libri, saggi storici, film, canzoni, eppure il senso di quell’evento ancora ci sfugge. Resta impossibile spiegarci, da una parte, la totale disorganizzazione dello Stato nella gestione dei manifestanti più “facinorosi”, dall’altra il grossolano piano messo in atto dalle forze dell’ordine per reprimere nella violenza lo spirito di chi era confluito a Genova per gridare pacificamente un “no” a tutti gli aspetti deteriori (e non sono pochi, ma ci arriveremo) del neoliberismo.

Nel 2017 la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia come responsabile, in quell’occasione, del reato di tortura (nessuno dei responsabili ha mai fatto un giorno di galera); l’accusa più infamante per un paese che – per tre giorni – cessò di essere uno Stato di diritto, per dissotterrare il fantasma di un’epoca che, evidentemente, ha macchiato per sempre la nostra storia. Il raid nella scuola Diaz, che ospitava manifestanti e giornalisti sorpresi nel sonno, le 61 persone gravemente ferite da una violenza senza eguali, la falsificazione delle prove, l’arresto di 252 persone portate in caserma e sottoposte ad atroci torture fisiche e psicologiche: tutte azioni su cui aleggia uno spirito squadrista con cui, probabilmente, l’Italia non ha mai in questi 20 anni fatto realmente i conti.

Carlo Giuliani moriva il 20 luglio 2001, ucciso a colpi di pistola dalle forze di “pubblica sicurezza” che, per buona misura, decisero di passare sopra il suo corpo con il “defender” di servizio. Non una, ma ben due volte. Carlo Giuliani non era un santo, non era un eroe; con quella morte, però, è diventato un martire. È diventato il simbolo di una generazione che – per ultima – aveva provato (anche con metodi non ortodossi) a mettere in guardia i potenti del mondo, arroccati nelle sale dorate genovesi, sulla strada senza uscita imboccata nel nome del capitalismo sfrenato, dello sfruttamento senza contegno delle risorse naturali, del potere totale nelle mani delle multinazionali, del diritto di pochi a diventare sempre più ricchi, a scapito dei tanti condannati a essere sempre più poveri.

Poi è arrivato l’11 settembre, e allora Genova e i suoi fantasmi sono serviti all’imperialismo atlantista per deviare l’attenzione delle masse, dai guai di casa nostra al bisogno degli “infedeli” di ricevere da noi ordine e democrazia.

I manifestanti di Genova, però, avevano capito, senza il bisogno della crisi del 2008 e della pandemia, che la cieca fiducia nella capacità del mercato di autoregolamentarsi, che il delegare il progresso della brava gente occidentale alla “mano invisibile” di Adam Smith avrebbero portato alle conseguenze che tutti conosciamo. Se vent’anni fa i grandi burattinai del mondo avessero ascoltato il grido di dolore di quei ragazzi che manifestavano a Genova, forse oggi la “transizione ecologica” non ci apparirebbe come una salita così dura da scalare.

Lo Stato in quel caldo luglio di Genova preferì soffocare nel sangue l’antagonismo giovanile, ottenendo l’indubbio risultato di far disamorare della politica le generazioni successive. Dal 2017 a oggi la nostra città, Bari, ha ospitato il G7 e il G20, altri due eventi di magnificazione del potere coloniale dell’occidente sul resto del mondo: le aree attorno ai lussuosi alberghi scelti per ospitare i delegati mondiali sono state blindate, e a nessuno è venuto in mente di manifestare, di protestare, di dire “noi non siamo d’accordo”. Il massimo che siamo riusciti a produrre è l’idealizzazione della figura di un professore che, a Matera, si affaccia a petto nudo dal balcone di casa sua per individuare la fonte di un fastidioso chiacchiericcio. Ben poca cosa, a conti fatti…

La strategia della paura sperimentata a Genova ha anestetizzato le coscienze giovanili, che hanno (giustamente) preferito i social e le vacanze al mare ai pericoli di riconoscersi in un’ideologia. E nella politica hanno trovato una sponda fertile: i nuovi movimenti si sono fondati con l’obiettivo di rimuovere le ideologie dalla scena istituzionale, i vecchi partiti di sinistra sono diventati più borghesi dei conservatori. La nuova “sinistra” (italiana ed europea) ha smesso di andare nelle fabbriche, nei mercati, nelle campagne, per indossare cravatte e tailleur buoni per gli alti ambienti delle banche e delle burocrazie, lasciando attorno a sé un vuoto di rappresentanza senza precedenti.

A cavallo della crisi Covid qualcosa ha ripreso a muoversi: il movimento “Fridays for future” guidato da Greta Thunberg (demonizzata, quasi ridicolizzata dal conservatorismo liberale) è riuscito a polarizzare le coscienze di tanti studenti attorno al problema del cambiamento climatico, diventato all’improvviso una bomba a orologeria. Sarà l’inizio di una nuova storia, di una nuova “indomita Genova”? Il tempo dirà chi avrà avuto ragione.

Riccardo Resta

Foto di Ares Ferrari – Immagine messa a disposizione da Wikimedia

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