La strage di via Nicolò Dell’Arca, 78 anni dopo. Il ricordo di Clelia Cifarelli: “Una gioia spezzata a metà”

Era il 28 luglio del 1943, esattamente 78 anni fa. A tre giorni dalla caduta del regime fascista e dall’arresto di Benito Mussolini, un corteo di giovani manifestanti baresi si stava recando in corso Sicilia per abbracciare i prigionieri politici prossimi a essere liberati dalla detenzione nel carcere di Bari, quando in via Nicolò Dell’Arca trovò la strada sbarrata dall’esercito regio. È la cronaca della strage di via Nicolò Dell’Arca, uno dei più tragici momenti della storia di Bari all’epoca della dittatura fascista: il fuoco aperto dai militari e dalle ultime sacche di fascisti presenti in città lasciò in terra senza vita 20 persone, una quarantina furono i feriti.

I recenti studi dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea, diretto dal professor Vito Antonio Leuzzi, hanno infatti chiarito come i colpi d’arma da fuoco fossero partiti anche dall’alto, dalle finestre della federazione fascista che proprio in via Nicolò Dell’Arca aveva la sua sede.

Se ne è discusso ieri al Museo civico, in occasione dell’anniversario di quella strage, nel seminario di studi “Il movimento liberalsocialista sotto la scure del fascismo. Dagli arresti alla strage del 28 luglio 1943”, organizzato da Ipsaic in collaborazione con i Familiari delle vittime della strage di via Niccolò dell’Arca, il Museo civico di Bari, l’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia) e il Granteatrino Casa di Pulcinella.

Fra gli ospiti anche Clelia Cifarelli, testimone della strage e sorella di Michele Cifarelli, esponente barese di spicco del Partito d’azione nonché segretario del congresso di Bari, che nel gennaio 1944 riunì nel teatro Piccinni i Comitati di liberazione nazionale nella prima assemblea libera dell’Italia post-fascista.

Con Clelia Cifarelli abbiamo parlato della strage di via Nicolò Dell’Arca, della lotta antifascista e di alcune prospettive dell’Italia dei giorni nostri.

Che ricordo ha di quel 28 luglio 1943?

Il ricordo di una gioia spezzata a metà. Attendevamo la liberazione dei nostri cari dal carcere, e le notizie della strage arrivarono con la forza di un carro armato. Io ero anche compagna di classe di Graziano Fiore, per me era un fatto personale. Furono giornate terribili.

Quella strage arrivò a compimento di un’opera di repressione del movimento antifascista barese…

Più che un movimento politico antifascista era un fatto sentimentale. Sentivamo che non si poteva più andare avanti in quel modo; qualcosa doveva cambiare. Ci avevano trascinati in una guerra, la gente moriva… Secondo me, nella fattispecie antifascista barese, c’era una base sentimentale più che politica.

Qual era la posizione della popolazione barese nei confronti del fascismo?

Bari era molto indifferente. Anni dopo mia madre, insegnante, faceva lezione anche alla lavandaia in casa, perché eravamo in procinto di andare alle elezioni e voleva dare a una ragazza analfabeta la preparazione sufficiente per presentarsi al seggio con serietà. Dopo tanti sforzi, la risposta fu: “Signora, a uno dobbiamo chiamare papà”. Questo era lo stato d’animo intellettuale della nostra città.

Un’indifferenza che, secondo lei, rimane anche nel fatto che la lapide commemorativa dei morti di via Nicolò Dell’Arca sia rimasta “nascosta” nei giardini di piazza Umberto?

Bari continua a essere una città indifferente, in cui niente si muove. “A uno dobbiamo chiamare papà”, la testa è rimasta sempre quella.

Però, con la strage di via Nicolò Dell’Arca, la difesa del porto, il congresso del Piccinni nel gennaio ’44, la nostra città ha dato un contributo alla lotta resistenziale e di liberazione dal fascismo…

Noi antifascisti ci sentivamo veramente degli isolati. Quei casi sporadici di reazione alla dittatura venivano subito repressi. Io avevo l’abitudine di parlare troppo, e spesso mi facevo “sfuggire” in classe gli apprezzamenti antifascisti di cui in casa si viveva, e il professore puntualmente minacciava punizioni se avessi continuato a dire quelle cose. Questa era la situazione, e noi avevamo il timore che la dittatura capillarmente continuasse a funzionare.

Suo fratello cosa ha rappresentato per la lotta antifascista italiana?

È stato una guida. Michele era giudice, aveva vinto un concorso, ma la sua vita antifascista lo portò a rinunciare alla carriera in magistratura per la politica. Eppure, nella mentalità comune dei baresi, mio fratello che aveva rinunciato al suo lavoro per la lotta antifascista si sentì dire: “Chi te l’ha fatto fare”. Per fortuna, adesso qualcosa sta cambiando. Ci sono persone come il professor Leuzzi che fanno di tutto per “tenerci svegli”. E fanno molto bene.

Che ricordi ha del congresso di Bari, il primo atto di libertà politica in Italia dopo vent’anni di regime?

Fu un momento bellissimo, mio fratello era il segretario. Ricordo con commozione i discorsi di Benedetto Croce e del conte Sforza.

In questi giorni, con la pandemia che avanza e le istituzioni che corrono ai ripari, si sta parlando tanto di libertà, addirittura avanzando paragoni con le leggi razziali. Lei che ha vissuto quegli anni tragici cosa ne pensa?

Noi avevamo accolto un giovane ebreo tedesco, un avvocato di Bonn scappato alla persecuzione nazista. Nel 1938 le leggi razziali in Italia non erano ancora state promulgate, e lui faceva il traduttore per mio fratello, che studiando per il concorso in magistratura si era dovuto confrontare con alcuni testi in tedesco. Un bravissimo giovane, che al momento della pubblicazione delle leggi razziali in Italia fu costretto a fuggire addirittura in Pakistan. I paragoni con quello che sta accadendo in questo periodo sono certamente fuori luogo. Oggi si rivendica il diritto alla libertà, ma quale libertà? La libertà di morire? La libertà di infettare il prossimo? Non scherziamo, si tratta di fatti diametralmente opposti. Qui è un problema di responsabilità individuale: non contagiare il tuo prossimo. Questo mi pare ovvio.

L’invito, quindi, è a ripassare sui libri di storia prima di avanzare certi paragoni?

C’è ancora tanta ignoranza. Ho fatto l’insegnante per quarant’anni, so perfettamente di cosa si parla.

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