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Sud senza banche? L’opinione dell’on. Paolo Russo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo da un componente della commissione bilancio della Camera dei deputati, l’on. Paolo Russo.
Le storie del Banco di Napoli o quello di Sicilia e, più di recente, della Banca Popolare di Bari (senza dimenticare il dramma della Vicenza, dell’Etruria,….) insegnano come talune gestioni vengano ritenute leggere alle volte troppo affrettatamente e hanno giustificato incursioni, distrazioni e, se si vuole essere più precisi, predazioni a danno di azionisti ed a vantaggio dei grandi gruppi industriali e bancari del Nord dove, con poche lire e presto con pochi euro, si sono accaparrati asset sterminati, mercati interessanti ed hanno escluso concorrenti talvolta agguerriti ma sacrificati sull’altare della supposta efficienza e delle regole costruite in Europa dai grandi contro i piccoli.
 
Più di tutti, intanto, ci ha perso il “territorio” nella sua espressione più nobile: artigiani e commercianti, pensionati e famiglie, giovani coppie, agricoltori e piccoli imprenditori. Tutti prima abbandonati e poi “affidati”, meglio dire costretti a servirsi di una rete creditizia nazionale senza specificità né settoriale né territoriale e senza interessi diversi da quelli egoistici di breve periodo.
 
Grandi banche nazionali, regole rigide e misurate per realtà più ricche, costi aumentati ed un gap tra domanda ed offerta incolmabile che ha spinto parte del mercato tra le braccia del credito “parallelo” alle volte interno alle ricche organizzazioni criminali interessate ad assicurarsi consenso sociale, ad acquisire nuove imprese ed a riciclare così danaro di provenienza illecita.
 
Altro che economia pulita e debito buono: si è scientemente fatto “shiftare” milioni di famiglie e centinaia di migliaia di imprese verso il credito d’usura e criminale tra disperazione e grida di dolore. 
Non si è trattato di un complotto mondialista, semplicemente di una cinica e miope operazione di mercato grazie alla quale, concentrando nelle mani di pochi i debiti, i crediti e le risorse ci si può cimentare meglio in prodotti finanziari, in diavolerie fatte di sistemi internauti e sempre minore interazione, rapporto, conoscenza e valutazione ad personam. Una economia finanziaria slegata da quella reale che invece va allo sbando preda delle burocrazie locali e delle più imprevedibili avversità.
 
Così tutto, ogni finanziamento sarà misura delle carte, dei form, dei documenti, della omologazione di un giudizio affidato all’algoritmo dei banchieri del Nord e per nulla improntato alla fiducia ed alla affidabilità di un nome ben speso su di un territorio, di vicende familiari ed aziende storiche.
 
In Germania si rafforza il sistema delle banche popolari e di area, da noi il piccolo non solo è visto con pregiudizio ma se prova ad ingrandire il suo spazio di mercato va pure immediatamente colonizzato. 
Poi ci si domanda perché si spopolano le aree interne dove non c’è nemmeno uno sportello bancario amico e vegeto che possa incrociare la domanda di quella utenza scarsamente incline ai format digitali ed alla assistenza tutta online! 
Poi ci si interroga, con sussiego da statista, su quali misure chiedere ai governi di turno per ridurre il differenziale del costo del danaro tra Sud e Nord!
E si finge sorpresa e meraviglia quando l’Abi fornisce i dati sugli impieghi rilevando come solo la metà della raccolta al Sud venga investita al Sud ancor di più in fase di emergenza Covid con i conti correnti ingrossati di centinaia di milioni di famiglie e lavoratori spaventati!
Infine si cercano anche mortificanti correttivi al divario tra gli investimenti nel sociale territoriale delle ricche fondazioni bancarie del Nord e le poche, rissose e sgangherate del Sud dove per fortuna qualche eccezione c’è.
Una riflessione a tutto tondo proverei a farla anche in Parlamento con quei tanti colleghi liberi dai pregiudizi ideologici per provare a costruire un nuovo paradigma rispetto ad un sistema che affama gli azionisti, depaupera i territori, lascia scappatoie ai bancarottieri seriali e soprattutto declina un mantra stantio di burocrazie bancarie e che forse la pandemia e la narrazione del “debito buono” dovrebbero mettere definitivamente dietro le spalle.
Anche l’occasione del paventato “dono” di Mps a UniCredit con il debito pagato a caro prezzo da azionisti e contribuenti -vale a dire la parte pubblica- mentre le plusvalenze vanno in capo al nuovo polo bancario nazionale e cioè la parte privata, forse potrebbe indurci tutti a non prendere le regole sin qui formulate e le ricette suggerite come oro colato e ad aprire una stagione che riponga al centro del credito il cittadino, il suo lavoro ed il suo mondo!
On. Paolo Russo

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