Panorama di Bari

Boom di turismo a Bari? Ruggieri (SlowTravels): «Tanti visitatori “low cost”, serve valorizzare la storia»

Bari capitale del turismo? È stato certamente un agosto ricco di soddisfazioni per il capoluogo, che nel weekend di ferragosto ha visto addirittura il 90% delle strutture ricettive occupato. E il caso ha, chiaramente, fatto abbandonare la politica e le istituzioni ai toni trionfalistici tipici di circostanze del genere.

Ma, se da una parte è vero che la città è passata da semplice scalo a meta d’elezione, è altrettanto vero dall’altra che Bari è stata “venduta” per quel che non è, vale a dire una località balneare.

Per carità, anche Riccione e Igea non hanno un mare meraviglioso, ma hanno dei servizi che qui ancora non ci sono, e chissà se mai ci saranno.

E allora tocca sfruttare l’onda di questo boom indiscutibile e inaspettato per rivedere le politiche ricettive della città, puntando su un patrimonio ancora nascosto e mal pubblicizzato.

Ne parliamo con Pasquale Ruggieri, presidente di “SlowTravels”, una delle più autorevoli guide turistiche fra i segreti della città vecchia.

Si aspettava questo successo turistico di Bari?

«Il successo è relativo. Ci sono stati tantissimi visitatori; piazze, ristoranti e alberghi erano pieni. C’è stata, però, una differenza di pubblico con gli anni scorsi: abbiamo avuto turisti molto “generalisti”, quelli fai da te, che stanno con la testa sullo smartphone e seguono le indicazioni di Google».

Quindi non un turismo culturale vero e proprio…

«Io li chiamo “turisti 19.90”, il prezzo dei voli low cost. La Puglia si è giocata bene le carte: dal punto di vista del contagio abbiamo dato un’idea di sicurezza, e questo ha pagato. Turisti che facevano con me il tour di Bari vecchia e mi hanno detto che avevano rinunciato alla prenotazione in Sicilia e hanno preferito la Puglia, proprio per la questione Covid».

Ma la massiccia campagna mediatica di Regione e Comune ha funzionato per valorizzare il turismo?

«Fino a un certo punto. Il messaggio deve essere chiaro: io ho ricevuto turisti con l’ombrellone, che chiedevano dove fosse il bel mare. Questi visitatori devono spostarsi 40 chilometri a sud o a nord rispetto a Bari. Bisogna capire qual è il target della campagna: se si devono riempire le strutture questa comunicazione va benissimo. Ma poi si deve valutare il feedback: quando presenti Bari come città di vacanza balneare, come fosse Monopoli o il Salento, ti ritrovi persone che vogliono quello. E noi non abbiamo spiagge attrezzate che ci permettano di sostenere il traffico di turisti venuti a Bari pensando di andare al mare a piedi».

Serve un cambiamento radicale di rotta…

«Negli ultimi giorni di agosto il turismo è calato in maniera verticale. Noi, invece, facciamo un turismo lento, diverso da quello di massa a basso costo. Ci rivolgiamo a persone che scelgono di godersi la città, e gli offriamo un racconto di Bari fra storia e favola. Chi viene da noi vede Bari per quella che è: la città da cui partivano le crociate, dove c’erano greci e bizantini. E, ovviamente, la città di San Nicola, uno dei motivi per cui Bari si è candidata al capitale della cultura».

Da decenni si cerca di far leva del culto nicolaiano per destagionalizzare il turismo. Cosa manca per il salto di qualità?

«Il video promozionale della candidatura non è stato veicolato bene. Napoli è riuscita a costruire la sua immagine di città attrattiva su San Gennaro, che a livello di culto vale quanto il nostro San Sabino. Noi abbiamo il quarto santo della cristianità e ce lo stiamo facendo scappare. Tutti pensano che San Nicola sia il santo del 6 dicembre e del 7-9 maggio, ma in realtà non è altro che la trasposizione nella chiesa cattolica dei miti di Nettuno, Poseidone e Odino. Noi abbiamo il santo che è il re dei mari».

Cosa vuol dire?

«La prima cosa che si incontra nel museo nicolaiano è il busto di Mitra, la divinità solare che fino al II secolo si contendeva con Cristo la supremazia del dio unico. Raccontare in maniera sognante e favolistica significa far scoccare nelle persone un attimo di incanto. In quel momento la vacanza diventa sogno. Oltre a mangiare le “sgagliozze” e fare il giretto, il turista a Bari vuole calarsi nella storia. Dovremmo fare un protocollo della bellezza; ci siamo dotati di turismo di consumo, ora dobbiamo pensare ad altro. Tutti i video promozionali della città iniziavano con la ruota panoramica, che però non può diventare il simbolo di Bari».

Quindi finora si è andati nella direzione sbagliata?

«Stiamo lavorando a una rete di alberghi, b’n’b, guide turistiche, operatori della ristorazione per la cura de cliente. Il marketing del turismo ormai è orizzontale: chi vuole qualcosa di bello gira in una rete di esercenti di qualità, lascia recensioni positive e passa la voce. Ecco perché una comunicazione come quella che è stata fatta deve portare a erogare esattamente quel prodotto: io ho visto turisti con la cartina che cercavano di visitare il fortino perché c’era scritto “castello”, Santa Scolastica è il museo più bello della Puglia, ma non è stata fatta una vera campagna promozionale. Il nostro compito è regalare a chi si è fatto mille chilometri un attimo di sogno, ma se gli amministratori non sanno che sotto San Michele Arcangelo c’è il monastero di San Benedetto, come si fa a creare una campagna pubblicitaria sulla città?».

Ma quindi a Bari vecchia, oltre al giretto classico, un turista cosa trova?

«Innanzitutto le tradizioni popolari e il cibo di strada. Dalle signore che friggono davanti casa a quelle che fanno la pasta. Qualche tempo fa ci fu una protesta, perché le guide non facevano toccare i prodotti. Ma se la pasta la passi a 100 C° la si può comprare, e si dà da mangiare a persone che vivono di questo. Quello che cerco di spiegare ai turisti è che quelle signore non sono “animali da zoo”; a chi viene a Bari racconto la storia del nostro ‘500 basandomi proprio su quelle matriarche. Mi metto nei panni di chi vede i crocieristi passare e fare i video, ma non porta niente in cassa. Andrebbe, invece, creata una filiera che garantisca chi fa prodotti in casa, perché questa cosa è il bene della città e va oltre il turismo da Instagram».

E poi?

«Abbiamo dimenticato che Bari era una tappa principale della via francigena del Sud. Sui cammini è stato fatto un grande lavoro della Regione, è stato capito che quello dei pellegrini non è un turismo “povero”. Il castello, poi, ha un bellissimo lapidarium con i calchi in gesso delle cattedrali pugliesi, e attualmente ospita la mostra del museo Jatta con i crateri magnogreci dal VI al III secolo a.C. A Bari abbiamo l’arco delle meraviglie, il quartiere veneziano, ma da 60 anni si è rinunciato a una serie di manifestazioni popolari che non sono solo religiose. Parliamo di rappresentazioni che costerebbero quattro soldi, ma sarebbero di grande attrattiva per rievocare la storia medievale della città».

Ma c’è anche una Bari “nascosta”…

«Noi proponiamo il tour “Storie del sottosuolo”, che va nella parte sotterranea di Bari per raccontare dalle strade romane alle chiese bizantine. Non è solo importante raccontare, ma anche come si racconta. Noi dobbiamo raccontare Bari come una bellissima favola che parte dalla Magna Grecia e si sviluppa nel periodo delle crociate. C’è da valorizzare la qualità, migliorare anche l’esperienza enogastronomica con i prodotti che abbiamo garantito negli ultimi anni. Si deve insegnare agli esercenti a spiegare ciò che propongono, si deve avere una metodologia del turismo che il barese deve ancora imparare. Investire su qualità e accoglienza, pagare chi lavora, è sempre una soluzione vincente».

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