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Global Minimum Tax e il fenomeno delle Banche Italiane

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Su “La Repubblica” del 10 luglio 2021 leggiamo una recensione, dai toni trionfalistici, al G20 di Venezia (Arsenale) a presidenza italiana con anfitrione il ministro dell’Economia, Daniele Franco.
Di che si tratta? Un accordo politico di valenza storica:

“Global Minimum Tax (GMT): per le multinazionale, aliquota 15%, dal 2023”.

L’Ansa scriveva: “A Venezia i Grandi danno il via libera alla nuova imposta sulle grandi imprese. Si parte dal 2023, ma America, Germania e Francia ne chiedono un rafforzamento”.

Ma cosa è la Global Minimum Tax?
È la tassa, riservata alle multinazionali, su scala globale; cioè queste dovranno pagare al fisco di ciascun Paese, dove si registra la vendita del loro prodotto/servizio, una imposta minima del 15%.
Ciascun Paese che decidesse di aderire si obbliga a non scendere al di sotto di questa soglia.
Certo, è un accordo di portata storica perché la “norma globale” dichiara che le tasse vanno pagate nel Paese dove si effettua la transazione commerciale.
Ciò, nelle intenzioni del G20, dovrebbe mettere fine sia alle scorribande delle multinazionali alla ricerca di Paesi che abbiano migliori condizioni fiscali, sia ai cosiddetti “paradisi fiscali” ed elimina ogni concorrenza d’ordine fiscale.

Certo una imposta minima del 15% è comunque vantaggiosa ma questo è solo l’inizio: il processo per un fisco globale è solo all’inizio.

Ma c’è di più: se un “paradiso fiscale” non dovesse aderire alla Global Minimum Tax e dovesse praticare imposte inferiori, dovrebbe automaticamente scattare la norma aggiuntiva: il “risparmio fiscale” della multinazionale sarà equilibrato con aggiustamenti, in salita, della GMT dei Paesi aderenti.
In sostanza le multinazionali saranno soggette, comunque, ad una unica imposta “mondiale” su fatturati e profitti “mondiali”, non inferiore alla minima convenzionale, oggi indicativamente posta al 15%.

Sembra proprio che si sia trovata la soluzione per ogni escamotage; soluzione basata sulla totale trasparenza.
Fatti i conti, sembra che il gettito fiscale globale si dovrebbe aggirare sui € 150 mld; l’Italia beneficerebbe di circa € 2,7 mld.
È un duro colpo, quando verrà sferrato concretamente, sulle multinazionali (comprese quelle dei “social”) che limiterebbe l’abnorme accumulo di risorse e la influenza di tali concentrazioni sulla politica.

Non va trascurato, tuttavia, il tema della “fattibilità” di questo accordo politico.
È del tutto evidente come siano necessari interventi legislativi e tecnico normativi, non del tutto semplici, per realizzare quanto stabilito dal G20.
Infatti, ad esempio, sembrerebbe necessario che la multinazionale, che intenda vendere in un dato Paese, debba costituire una “Partita IVA” in quel Paese: una sorta di “nazionalizzazione” da frantumazione; come sarebbe necessario un puntuale controllo che impedisca alla multinazionale di vendere nel paese target attraversando un Paese terzo non aderente alla iniziativa politica.
Vedremo quale sarà l’iter realizzativo, visto che lo start up è stato fissato nel 2023.
Per ora, l’impressione è che sia tutto ancora avvolto nella nebbia e che ci si trovi di fronte al solito annuncio di facciata e di distrazione di massa, dato che non sono stati chiariti dettagli fondamentali e determinanti.
Possiamo solo osservare che il tema dei “paradisi fiscali” sembra essere alla attenzione dei governi del G20.
A questo proposito, non v’è dubbio che questi governi non sappiano che i “paradisi fiscali” vengano utilizzati anche dai campioni della finanza: il sistema bancario; argomento che appare, però, essere un tabù.

Il 1° giugno 2021, la Commissione Europea ha costituito, nell’ambito della competenza del Parlamento Europeo, l’Osservatorio Fiscale Europeo (OFE) per assistere l’UE nella lotta contro gli abusi fiscali.
E già, nella prima settimana di settembre, ha visto la luce un rapporto dell’OFE, ripreso da Mauro Speranza su Money.it del 6 settembre 2021, che descrive come 36 Banche Europee si siano servite dei paradisi fiscali.
L’OFE ha preso in esame un arco temporale dal 2014 al 2020.

Ebbene, si è computata una evasione fiscale, a livello europeo, di circa € 20 mld/anno. Sarebbe da accertare se si è di fronte ad un illecito o se tutto si è svolto secondo le regole internazionali.
Ce n’è per tutti i gusti: Hsbc (UK), Deutsche Bank (Germania), SocGen (Francia).
Ma anche l’Italia non scherza, niente affatto.
Troviamo, nei primi 10 posti di questa impressionante classifica, Monte dei Paschi di Siena (secondo posto con il 50% dei profitti evasi!) e Intesa San Paolo (decimo posto con il 10% dei profitti evasi).
Ma non basta: il “giro” è aumentato.
Infatti, tutte le Banche hanno incrementato, negli anni, la quota di profitti evasi; addirittura, MPS è prima in questa speciale classifica con un incremento del 19,4% (!) e Intesa San Paolo, seconda, con un incremento del 12,2%.
In terza posizione, distaccata, HSBC con un incremento del 7,9%.
Nell’ambito di una analisi sulla varietà dei tassi spuntati dalle Banche nei paradisi fiscali, il rapporto dell’OFE suggerisce di introdurre una l’aliquota minima globale del 25%, questa volta a livello europeo.
Quello che, però, appare molto evidente è la “anomalia” delle Banche italiane nonostante la situazione infelice del Paese.
Non si tratta qui di incremento dei depositi (che sappiamo essere consistente e dovuto al “blocco pandemico”); qui si tratta di utili.

Ma allora ecco alcune domande:

1. La politica italiana ha letto il rapporto?
2. La politica italiana capisce che questi dati sono la spia di una anomala situazione del Paese?
3. Cosa è successo a MPS e a Intesa in questi ultimi periodi? E che ruolo ha avuto la politica?
4. Non è questo uno di quei temi nascosti dal tema dominante della pandemia?
5. Terrà conto l’elettore di queste notizie?

Per ora, ogni commento appare superfluo.

Antonio Vox, Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile

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