L’avvocato Nicola Pierpaolo Barbuzzi, docente universitario e i problemi relazionali. (intervista)

La recente crisi pandemica ha amplificato i problemi relazionali anche e soprattutto all’interno della famiglia, risvegliando quelle problematiche non risolte, che il modus vivendi pre pandemico aveva sopito. Il rapporto tra genitori e figli ma soprattutto tra adolescenti e nuove tecnologie sono oggi, più che mai, argomento di discussione.

Ne abbiamo parlato con l’avvocato Nicola Pierpaolo Barbuzzi, già docente universitario di Diritto dei Mezzi di Comunicazione, nonché docente di Diritto e processo penale presso la scuola Allievi Finanzieri della Guardia di Finanza, autore di numerose pubblicazioni, tra cui il recentissimo volume dal titolo “ Guida alla responsabilità dei genitori e dei precettori”, edito dalle Edizioni Duepuntozero e “I crimini nei nonluoghi dell’era digitale”, in corso di pubblicazione.

Avvocato, Lei nella sua Guida, analizza compiutamente l’evoluzione del sistema famigliare, dal Codice Napoleonico sino ai recenti pronunciamenti della Corte di Cassazione. Ci vuole fare il punto della situazione?

La repentina evoluzione sociale degli ultimi vent’anni, il massivo sviluppo e diffusione dei moderni mezzi di comunicazione, l’avvento dei social network, le condizioni di vita sempre più frenetiche, nonché la crisi pandemica, i cui effetti nell’ambito educativo non sono stati ancora pienamente studiati, hanno inciso in maniera decisa sulla famiglia, avendo effetto nei rapporti tra uomo e donna, nella funzione genitoriale e, di conseguenza, nel rapporto tra genitori e figli. Analizzando la realtà con gli occhi di Bauman, scorgeremmo un “individuo”, un “singolo”, privato non solo del senso della comunità ma anche dei suoi confini fisici. I padri di oggi, non sono più quelli di una volta, cioè quelli che incarnavano, grossomodo sino agli anni Trenta/Quaranta del secolo scorso,​ l’autoritario concetto di pater familias, ma sono uomini che ritengono sia più utile praticare un atteggiamento educativo tendenzialmente negoziale-affettivo nei confronti dei figli, senza mai immaginare che questi caldi abbracci da peluche possono avvicinarli, in assenza di regole, ai pericoli e alle dipendenze, dal momento che è più facile dipendere da qualcosa se non si è messi nella condizione di scoprire il proprio progetto di vita. Ovviamente anche le madri, a volte troppo distanti, a volte iper-protettive, hanno un ruolo fondamentale nella vita dei figli, che riguarda sia l’insegnamento di un equilibrato orientamento emotivo-affettivo al mondo (funzione esplorativa), cioè la possibilità di modulare e gestire gli stati emotivi in base alle sfide quotidiane senza farsi prendere da ansia, paura e panico, sia il supporto dei padri nell’adempimento della funzione normativa quando occorre.

Avvocato, nella sua Guida evidenzia come ormai siano obsoleti i parametri giurisprudenziali di valutazione della qualità dell’educazione famigliare. Ci vuole spiegare in poche battute il motivo?

Se l’educazione all’interno della famiglia è da intendersi principalmente come testimonianza e non come mero passaggio di contenuti comportamentali dai genitori ai figli e che ad esempio, un figlio con tutti eccellenti voti scolastici non sia sinonimo di una educazione “impeccabile” ma piuttosto sintomo di una certa assolutizzazione dell’aspetto scolastico rispetto a quello della socialità, appare evidente come la giurisprudenza e la dottrina siano davanti ad una svolta: o continuare a categorizzare l’educazione con i classici ma obsoleti parametri di valutazione oppure mutuare dalle moderne scienze pedagogiche nuovi “algoritmi” valutativi.

Avvocato, anticipando l’interessante tematica della sua pubblicazione in uscita sui crimini commessi nei nonluoghi digitali, può spiegarci a quali rischi i nostri adolescenti sono esposti attraverso l’uso, a volte senza controllo, dei moderni strumenti tecnologici?

I nostri Zoomer si trovano a vivere esperienze che presentano connotati ben diversi da quelli che hanno caratterizzano l’infanzia e l’adolescenza delle generazioni passate, esponendoli a contenuti tossici e a pericolosissimi fenomeni di “camaleontica seduzione emozionale” quali quelli del child grooming online. È pur vero che in questo periodo pandemico, in cui il mantra del distanziamento sociale ha allentato le maglie delle relazioni sociali, del contatto vis-à-vis,​ perdendo irrimediabilmente la radice reale della relazione stessa, fatta di sguardi e contatto fisico, è grazie proprio al cyberspazio che si è mantenuto un minimo di contatto sociale, non solo attraverso le piattaforme social ma anche attraverso le opportunità di socializzazione fornite dalle piattaforme di gioco online. Se da un lato, le piattaforme di gioco online rappresentano delle piazze virtuali in cui socializzare, è anche vero che in tali piazze possono celarsi dietro anonimi avatar dei cybercriminali o cyberbulli, pronti ad utilizzare queste agorà virtuali per delinquere, creando ad esempio una zona di comfort all’interno di una chat per appropriarsi di dati sensibili o per rendere eclatanti le proprie gesta bullizzanti difronte ad una illimitata platea di spettatori o peggio celare una Friendship Forming Stage (FFS) che rappresenta la fase d’approccio del groomer nei confronti della vittima minorenne. La pandemia ha irrimediabilmente fatto strada ad una vera e propria sostituzione dell’approccio relazionale: quello virtuale ha sostituito quello fisico anche, ed è cosa non da poco, in quanto il primo non espone a rischi di contagio. In definitiva, pur nella assoluta consapevolezza delle enormi possibilità offerte alle nuove generazioni dal web, emerge, quotidianamente, la necessità di strutturare una risposta appropriata a tutta quella serie di utilizzi e contenuti tossici che fanno si che il minore possa diventare vittima, autore o bystanders (osservatore) di comportamenti disfunzionali o devianti.

​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ ​ Paola Copertino

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