Sul tavolo tagli a emissioni, aiuti e regole

Il tema più scottante sul tavolo della Cop26 è l’aggiornamento entro la fine del 2022 degli obiettivi di decarbonizzazione dei singoli paesi. I capi di stato e di governo a Glasgow all’inizio della settimana scorsa hanno preso impegni più stringenti di taglio delle emissioni. Ma ammesso che vengano attuati (il che è tutto da vedere), non sarebbero comunque sufficienti a tenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, l’obiettivo che si è posto la presidenza britannica per questa Cop.

Per non chiudere la conferenza con un fallimento, serve almeno strappare un impegno dei Paesi ad aggiornare i target entro la fine del 2022. L’obiettivo è avere un taglio del 45% della CO2 al 2030, e zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. “Bisogna tenere vivo il target di 1,5 gradi“, è il mantra ripetuto in questi giorni dal premier britannico, Boris Johnson e dal presidente della Cop26, Alok Sharma. Poi c’è la partita dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, quello che prevede un mercato mondiale delle emissioni, come l’Ets europeo. In pratica, chi produce emissioni deve pagare gli stati per farlo. In questo modo compensa i danni climatici che provoca, ed è incentivato a tagliare le sue emissioni.

I paesi emergenti come Cina e India naturalmente non gradiscono, perché questo renderebbe meno competitivi i loro prodotti. Ma neanche gli Stati Uniti, secondi emettitori al mondo, sono entusiasti. Il tema della trasparenza sembra secondario, ma è centrale. La Cop26 vuole fissare regole comuni per stabilire i progressi di ciascun stato nella decarbonizzazione.

Senza, ogni paese può fornire i dati che gli fanno comodo, e alla fine non si sa più chi taglia davvero e chi fa finta. Stesso discorso per il Paris Rulebook, il libro delle regole per applicare l’Accordo di Parigi. Deve stabilire cosa si deve fare davvero per tagliare i gas serra, e quanto vale ciascuna misura. La bozza prevede che al 2023 parta finalmente il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per 5 anni per aiutare i paesi meno sviluppati a decarbonizzare, fondo previsto dall’Accordo di Parigi dal 2020 al 2025 e mai attivato, per mancanza di contributi dai paesi sviluppati. “Sulla finanza rimane un sacco di lavoro da fare – ha commentato il presidente Sharma -, ma in questi giorni abbiamo visto progressi concreti”. E poi: “Chiedo ai paesi sviluppati di essere flessibili sulle loro posizioni”. Cioè, allargare finalmente i cordoni della borsa.

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