Reddito di Cittadinanza: truffa da 20 milioni di euro e 10mila indagati

Se non fossero finiti in cella avrebbero sottratto alle casse dello Stato circa 80 milioni di euro a fronte di circa 10 mila domande di reddito di cittadinanza ed emergenza “falsificate” e presentate per conto di altrettanti romeni con un piano che ha consentito di insinuarsi “nelle pieghe di un articolato sistema burocratico, approfittando delle lacune esistenti e dei ritardi nei controlli” per ottenere “ingenti profitti ingiusti ai danni del Bilancio nazionale” e anche di chi davvero aveva diritto a quella ciambella di salvataggio.

Così ieri mattina  all’alba 16 persone, quasi tutte originarie della Romania, un solo italiano e un egiziano, sono state arrestate in varie regioni, dalla Lombardia alla Puglia e alla Sicilia, con le accuse, contestate a vario titolo, di associazione per delinquere, truffa aggravata ed estorsione.

L’operazione, che ha squarciato il velo su “un meccanismo fraudolento, pianificato e reiterato” fino allo scorso maggio, è stata condotta di militari della Guardia di Finanza di Cremona e Novara coordinati dal pm di Milano Paolo Storari, titolare dell’indagine in cui il numero degli indagati corrisponde più o meno al numero di istanze presentate. A disporre il carcere è stata la gip Teresa De Pascale, che nella sua ricostruzione ha evidenziato l'”allarmante spregiudicatezza, dimestichezza e proclività a delinquere” di chi ha architettato e promosso questo redditizio “business illecito” e che, sul giro d’affari stimato, ha intascato comunque illegalmente 20 milioni di euro.

Una montagna di soldi anche esibita come un trofeo di ricchezza da una delle donne, ora in carcere, che ha postato su Tik Tok almeno tre video in cui, con il sottofondo di una musica arabeggiante, sventola e conta pile di banconote. La truffa, nel corso della quale è stata adottata “una procedura parallela” in grado di eludere qualsiasi disposizione di legge, ruotava attorno alla Nova Servizi, società con sede legale in centro a Milano e che opera in convenzione sia con il Patronato Sias che con il Caf Mcl (Movimento Cristiano Lavoratori), i cui soci e promotori erano Oscar Nicoli e Njazi Toshkesi, tra i destinatari dell’ordinanza, oltre a Ebrahim Allam, il quale pure lui ha gestito, “in completa autonomia” rispetto ai primi, un’altra fetta, meno rilevante, delle procedure finite nel mirino di inquirenti e investigatori, adesso in parte revocate.

Le richieste “fasulle” riguardavano persone originarie della Romania, i cui documenti di identità venivano rastrellati dai “procacciatori” loro connazionali, e “che non risultano, contrariamente a quanto dichiarato”, aver vissuto mai a Milano e nemmeno in Italia. Ciascuno, poi, non solo era “titolare esclusivamente di codice fiscale attribuito solo pochi giorni prima che venisse presentata la domanda” – in una serie di casi dall’ufficio dell’Agenzia delle Entrate di Barletta (Bari) – ma era privo anche del requisito che prevede di aver risieduto nel nostro Paese per almeno 10 anni. A testimoniare le anomalie, tra l’altro, anche gli indirizzi di residenza a Milano: in 518 hanno dichiarato di vivere tutti nello stesso palazzo di Piazza Selinunte, in 287 in via degli Apulia in un unico condominio e 212 in viale Aretusa allo stesso numero civico. Anomalie su cui dipendenti compiacenti dei Caf chiudevano un occhio, per via dei 10 euro che spettavano a loro per ogni pratica, oppure erano costretti a mandarle avanti dopo pesanti minacce e insulti.

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