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Il grido di dolore delle donne afghane

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Le donne afghane, al giorno d’oggi, sono costrette a sottomettersi al potere dell’uomo e, se provano ad essere indipendenti, ne subiscono le conseguenze.

Questa situazione dimostra al mondo che i diritti umani di queste povere donne sono stati ormai violati e la speranza di tornare alla “normalità”, in questo momento, sembra completamente svanita.

È triste riflettere su questa realtà in prossimità del 10 dicembre, giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale dei Diritti Umani per ricordare la proclamazione, avvenuta nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Il 20 settembre 2021 il sindaco di Kabul, Hamdullah Nomani, ha comunicato il divieto di rientrare al lavoro per le donne, costrette a restare a casa fino a nuovo ordine.

Il governo talebano, il giorno stesso, ha deciso di porre fine al ministero per gli Affari Femminili, che aveva il principale compito di diffondere la parità tra i due generi.

Ciò che colpisce di più, però, è il coraggio delle donne che si sono presentate sotto la sede del ministero a combattere per la loro indipendenza, per riottenere un lavoro, ma soprattutto per se stesse.

Spesso molte donne subiscono violenze domestiche perché compiono atti considerati “impuri” per la loro religione, ad esempio si fanno vedere senza il burqa; la maggior parte di loro preferisce, o meglio, è costretta a non aprire bocca.

La ventinovenne Zafira Ghafari, prima cittadina di Maidan Shahr dal 2018 e fuggita dai talebani lo scorso agosto, ha affermato il suo coraggio dicendo che non ha paura della morte e che aspetta che i talebani la uccidano; questa ragazza viene considerata un mito, una persona che va seguita e presa come esempio per molte donne che non accettano il proprio infelice destino.

Donne, ragazze e bambine sono costrette a rimanere in casa e, se devono uscire perché non hanno un uomo che le aiuti, sono obbligate ad indossare abiti variopinti che coprono tutto il loro corpo compreso il viso.

Angeeza Ahmadi, un’ex manager di una grande industria, dice di prevedere un cupo futuro e la sua testimonianza, considerata molto preziosa, dice: “Siamo confinate in casa, come uccelli in gabbia. Siamo cresciute in un ambiente dove lavoriamo come i nostri fratelli per sfamare le nostre famiglie. Ora non stiamo bene mentalmente e psicologicamente, pensiamo a cosa potrà succedere nei prossimi giorni, viviamo in una situazione disastrosa e il futuro, in Afghanistan, non ci promette niente di buono”.

Donne paragonate ad uccelli in gabbia? È una similitudine dispregiativa nei loro confronti, ma sfortunatamente è la realtà dei fatti.

Noi ragazzi, essendo molto giovani e sapendo che molte donne stanno perdendo la vita, dovremmo cercare di approfondire questo argomento per comprendere la gravità della situazione, pur continuando a conservare la speranza, sentimento grazie al quale molte donne afghane riescono ancora a dare senso alla propria vita.

 

Aurora Stella, 2^G, scuola secondaria I grado I.C. Mazzini Modugno, Bari

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