Quanto è forte il potere della magistratura in Italia?

Negli ultimi anni la frase più ricorrente nel nostro lessico è ed è stata “la legge è uguale per tutti”. Alzi la mano e dichiari di non aver avuto mai a che fare con i magistrati. Spesso, ci si chiede quanto è forte il potere della magistratura in Italia. Per comprenderlo bisognerebbe rispolverare la Costituzione e le norme di procedura civile e penale.

La magistratura è, da un lato, un limite al potere esecutivo e, quindi, alla discrezionalità della Pubblica Amministrazione che mai potrebbe agire di propria iniziativa, senza cioè un provvedimento del giudice (si pensi a una perquisizione, a una ispezione, a un arresto a meno che non sia in flagrante). Dall’altro, la magistratura è un limite al potere legislativo, limite che viene esercitato tramite il controllo della Corte Costituzionale sulle leggi adottate dal Parlamento o dal Governo, che giammai possono essere contrarie ai principi stabiliti dalla Costituzione.

Non si può tuttavia spogliare un soggetto di un potere senza poi finire per accordarlo ad un altro affinché lo controlli. Il controllore finisce per assumere su di sé il potere del soggetto controllato ma, inevitabilmente, diventa il nuovo centro del potere e, quindi, del potenziale abuso. 

Così disegnato il nostro assetto costituzionale, si è finito per dare alla magistratura un potere notevole nella convinzione che esso sarebbe stato usato sempre nei limiti della legalità, secondo imparzialità e soprattutto con perizia. Ma anche gli uomini migliori ( o peggiori) possono sbagliare e la storia è piena di esempi di errori e orrori (vedasi la vicenda “Palamara”).

Nell’ottica di chi scrisse la nostra Costituzione, il potere accordato alla magistratura serviva per limitare gli altri poteri; senonché, di fatto, ciò ha finto per rendere i giudici il nuovo centro del potere, senza che vi potesse essere un ulteriore organo a controllarli se non il CSM, ossia il Consiglio Superiore della Magistratura. Quest’ultimo, in fin dei conti, non è che l’organo di governo della magistratura, eletto per ben due terzi dagli stessi magistrati. E siamo al punto di partenza.

Per comprendere però quanto è forte il potere della magistratura in Italia non bisogna limitarsi a considerare il fatto che ai giudici è concesso di condannare o assolvere un imputato o di decidere se dare torto o ragione a una persona in causa con un’altra. Il vero potere dei giudice è ben altro. Vediamo perché.

«Il giudice è soggetto solo alla legge» lo dice l’articolo 117 della Costituzione. Con questa frase si intende accordare ai magistrati il potere di interpretare le norme secondo il proprio convincimento, al di là quindi di quelle che possono essere le direttive della Pubblica Amministrazione o i precedenti giudiziari dei loro stessi colleghi. Un giudice può decidere anche in difformità dalla stessa Cassazione, seppur motivando la propria interpretazione. Questo potere, piuttosto che accrescere le garanzie del cittadino, finisce per ridurle non consentendo di prevedere quale potrebbe essere la probabile sorte del giudizio, pur attenendosi all’interpretazione dominante della giurisprudenza. Un magistrato potrebbe infatti fornire sempre una decisione contraria all’indirizzo maggioritario. E ciò succede anche all’interno della stessa Cassazione dove le singole sezioni sono spesso in disaccordo tra loro. Il processo, così, diventa una sorta di terno al lotto. I fatti sono notori.

Insomma, la magistratura può, con il suo potere interpretativo, stabilire la direzione che le leggi devono avere, correggendo così, con la penna rossa, le norme scritte dal Parlamento.

Un ulteriore riscontro del potere della magistratura potrebbe essere letto nelle pieghe di quelle dinamiche fini e sottili che orbitano nelle stanze della magistratura stessa. Mi riferiscono alle strumentalizzazioni con chiari fini demolitori verso quei magistrati che hanno pagato con il sangue il loro impegno professionale. Dossieraggi, illazioni,calunnie, minacce, che hanno prodotto l’effetto dell’isolamento. Questo è POTERE.

Un altro enorme potere in mano alla magistratura è quello di cancellare le leggi ritenute incostituzionali. Tale potere è riconosciuto alla Corte Costituzionale su iniziativa, peraltro, di un altro giudice (chiamato ad applicare, nel corso di una causa, la norma sospettata di illegittimità) e non del cittadino (il quale non può mai ricorrere alla Consulta in via autonoma). Anche qui il potere della magistratura è enorme, avendo questa la possibilità di ritenere illegittima una norma perché contrastante non già con un articolo specifico della Costituzione ma con i principi generali dell’ordinamento. Il che rende ancora più discrezionale la sua decisione. Insomma, tramite la Corte Costituzionale, la magistratura riesce a dettare un po’ la politica economica e sociale del Paese e, in un certo senso, a sostituirsi in parte al legislatore per quanto non le sarebbe concesso. È vero: la Consulta non può mai emettere sentenze “additive”, ossia che creano norme mai scritte dal legislatore ma, di fatto, con un buon iter argomentativo, tale limite è stato più volte bypassato.

Se questo potere oggi è così plastico, adattabile, camaleontico lo dobbiamo ad una certa politica inefficiente e incapace, o meglio, capace di creare distingui a proprio uso e consumo.

Infine mi domando: un magistrato prestato alla politica tornando ad esercitare sarebbe imparziale? Non è così semplice e scontata la risposta.

Franco Marella

 

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