Pensioni, Tridico: «Dal 2022 perequazione al 100%» Ma ci sono dei ma!

Buone notizie per le pensioni che, nel 2022, saranno in crescita. Come ha chiarito Pasquale Tridico, presidente dell’Inps a Uno mattina su Rai1, ci saranno «Aumenti considerevoli rispetto all’adeguamento dell’inflazione dal primo gennaio 2022. Un aumento così diffuso non avveniva da anni». La perequazione, l’adeguamento sarà al 100% per tutte le pensioni fino a 4 volte a minimo ma anche quelle superiori avranno un aumento.

Sempre il presidente dell’Inps ha proseguito poi nella sua analisi sui numeri pensionistici. «Nel 2022 le pensioni fino a quattro volte il minimo (fino a 2.062 euro) avranno una perequazione rispetto all’inflazione del 100% (+1,7%) mentre quelle superiori avranno un recupero rispetto all’aumento dei prezzi del 90% e poi del 75%.

Secondo l’analisi di Tridico, nel sistema pensionistico in Italia le criticità sono rappresentate dal fatto che «che sono troppo poche le persone che lavorano, solo 23 milioni a fronte dei 34 in Francia con un numero di abitanti simile – di conseguenza – Da noi ci sono, lo sappiamo, 3,5 milioni di lavoratori in nero. Arriviamo a 26,5 milioni di persone che lavorano. Ne mancano all’appello comunque 6-7 milioni. Questo è il dato più importante e più fragile per il sistema economico italiano e quindi anche per quello pensionistico».

La maggiore differenza si rileva nelle città del Sud. Bari, ad esempio, a fronte di una popolazione di lavoratori effettivi ( precari e indeterminati) registra un altissimo numero di lavoratori a nero in prevalenza nel settore agricolo e edile ( il ricorso allo sfruttamento della manodopera degli immigrati è di tutta evidenza e conoscenza). Questa differenza crea non pochi problemi all’economia, non solo a Bari, ma anche ad altre città meridionali perché in primis eludono una serie di obblighi: assunzioni farlocche, omesso versamento di contributi previdenziali, maggiore dispiego di forze e di costi sul campo per la lotta al lavoro “nero” , minore tutela per i lavoratori a “rischio” poiché le risorse vengono impegnati in altri fronti, minori entrate nelle casse regionali e comunali, maggiori costi a carico della popolazione “attiva” quali ad esempio i costi per lo smaltimento dei rifiuti che aumentano solo a chi è titolare di un reddito. A ciò si aggiunge (direi aggrava) il ricorso “facile facile” ad una serie di aiuti non rappresentato unicamente dal reddito di cittadinanza ma anche a tutte quelle forme di lotta alla povertà messe in campo dalle amministrazioni pubbliche per far fronte alle esigenze di quella parte della popolazione che “non ha redditi”, per non parlare dei costi vertiginosi che lo Stato affronta per fornire servizi di base, si pensi alle cure mediche. Per carità e a scanso di equivoci tutti abbiamo diritti, anche quelli che lavorano a nero e che prendono il reddito di cittadinanza; diritto alla vita, diritto alle cure mediche, diritto allo studio, diritto al lavoro, diritto ad una vita dignitosa, diritto alla famiglia, però, perdonate, allora mi chiedo: E I DOVERI?

Franco Marella

 

 

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