Quanto basta… a restituire una tenera quotidianità

Si respira un’atmosfera da teatro di Eduardo nella pièce “Quanto basta”, messa in scena da Alessandro Piva con la “complicità” dei due protagonisti, Lucia Zotti e Paolo Sassanelli. Complicità, sì, perché, per ammissione dello stesso autore e regista, c’è molto del loro talento e della loro personalità in questo atto unico.

La scena si svolge ai nostri giorni (simpatici i riferimenti all’attualità politica e non) in un modesto, qualunque appartamento al primo piano di un qualunque condominio (il cui amministratore, ovviamente, è un poco di buono) dove vive una qualunque coppia di anziani baresi (l’uso mai stucchevole del dialetto li identifica come tali). I figli sono lontani, non telefonano e neanche rispondono al telefono perché giustamente sono molto impegnati nelle loro cose; e così i due anziani genitori trascorrono la loro giornata secondo una routine fatta di acciacchi, bisticci, ma anche di tenerissime complicità: un accenno di ballo quando parte la “loro” canzone, la sedia che Mimmo/Sasanelli posiziona accanto alla sua come richiamo alla moglie Nicla/Zotti ad accomodarsi per scambiare qualche chiacchiera.

È, insomma, uno spaccato di vita quotidiana che potrebbe appartenere alla storia familiare di chiunque di noi – in quanto coniugi, o figli, o nipoti –  impreziosito e reso gradevolissimo dalla convincente interpretazione dei due attori: una Lucia Zotti che recita il ruolo di Nicla con assoluta naturalezza e, per sua stessa ammissione, con una giocosità esemplare per i suoi quasi ottantacinque anni splendidamente portati (e serenamente dichiarati); uno straordinario Paolo Sassanelli che, invece, deve invecchiarsi per calarsi nel ruolo del marito Mimmo, risultando decisamente credibile. La scena rimarca l’idea dello spaccato, offrendoci una visione in “totale” dell’appartamento sin dal balcone cui Nicla si affaccia per osservare e commentare ciò che fanno i vicini. L’effetto realistico è aumentato da un profumo di soffritto – quello che Nicla sta preparando per il pranzo – che avvolge gli spettatori al loro ingresso in sala.

Lo spettacolo è stato accolto con calorosi applausi alla sua prima al teatro Kismet di Bari. Unico appunto: il finale risulta poco convincente – tanto da disorientare lo stesso pubblico che non comprende se la rappresentazione sia terminata; un qualche espediente registico gioverebbe a dare il segnale di chiusura dell’azione scenica.

Si replica al Kismet sino al 30 dicembre.

Una postilla. Al termine dello spettacolo Augusto Masiello, presidente del Kismet, ha auspicato che teatri e cinema tornino a riempirsi. Auspicio assolutamente condivisibile. Tuttavia il fatto che le sale cinematografiche e teatrali possano accogliere pubblico al 100 per cento della loro capienza, desta qualche perplessità, con la pandemia all’ennesima ondata, per quanto riguarda i rischi di contagio (chi controlla, nel buio della sala, che uno spettatore insofferente non abbassi la sua mascherina?…). Forse sarebbe più prudente tornare alla precedente formula di una capienza ridotta: ci sentiremmo più incoraggiati ad andare a cinema e teatro in sicurezza.

LUCIO D’ABBICCO

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