Suicida o morta ammazzata? La storia di Giovanna Lupinacci Tafuri

Sento spesso dire che è innaturale che una madre seppellisca un figlio, una figlia. E’ vero. E’ innaturale. Quel filo invisibile che lega le due anime non si consuma quasi mai. Eppure accade e , dopo, il mondo non è più lo stesso. Ora immaginate che la figlia si sia suicidata e immaginate che dietro il suicidio ci possa essere dell’altro.  Un dolore sordo, lunghissimo, inesauribile che ti consuma, ti brucia, ma allo stesso tempo ti dà forza che è la spinta per cercare la verità.

E’ la storia della sig.ra Antonietta  De Luca, residente in un paese alle porte di Taranto, madre di Giovanna Lupinacci Tafuri morta suicida (così certifica sia la magistratura che i Carabinieri di Verona) che era andata a vivere con suo marito in Verona. La denuncia di scomparsa viene presentata il 26 agosto del 2011. Purtroppo il corpo della sfortunata Giovanna verrà ritrovato il 9 settembre del 2011  nella diga San Martino Buon Albergo località Giaron, dove confluisce il fiume Adige.

La signora Antonietta ha superato i 75 anni, è graziosamente minuta, con le mani scarnite ma parla con voce chiara e imperativa. E’ forte e decisa. Siamo nello studio dell’avv. Gennaro Gadaleta a Martina Franca, giovane e rampante avvocato penalista, socio di Penelope, l’associazione che assiste e sostiene le famiglie di persone scomparse; accompagna la signora Antonia la presidente di Penelope Puglia-Bari, Annalisa Loconsole.

Si respira un’aria pregna di dolore e speranza, la signora Antonietta De Luca è un fiume in piena e vuole giustizia, ha la “sensazione di madre” che la figlia Giovanna non si sia suicidata  ma sia morta ammazzata, ha le sue convinzioni, ma non addita nessuno. Inizia il racconto. Ti viene la pelle d’oca, la commozione è tangibile, i fatti sono intricati ma Antonia è chiara nell’esposizione.

Date, momenti, aneddoti, testimoni sono sciorinati quasi con cadenza fotografica, sembra la trama di un film. I fatti incominciano ad emergere  con più chiarezza.

Giovanna Tafuri Lupinacci, la donna scomparsa, per amore di famiglia, non ha mai abbandonato il tetto coniugale anche se  intossicato dalle violenze domestiche e forse questo potrebbe essere stata la molla del suicidio, forse. Ma c’è qualcosa che non torna. E’ un tarlo.  La signora Antonietta nella sua lunga intervista  fa emergere due episodi importanti:

« il 1° episodio. Si tratta di una telefonata anonima pervenuta all’utenza fissa intestata alla signora Antonietta. Dall’altro capo del telefono una voce di donna con chiaro accento settentrionale. L’anonima descrive la circostanza secondo la quale “avrebbe sentito le urla di Giovanna, la donna scomparsa, poi un silenzio improvviso, poi due uomini trascinare la Giovanna esanime e caricarla su di una macchina””. Nulla di più nulla di meno. E’ ( o forse sarebbe) il 10 maggio del 2011. La signora Antonietta ha subito denunciato l’accaduto alla Procura della Repubblica di Verona indicando una data certa circa la telefonata ricevuta. La Procura indaga e delega i Carabinieri per la verifica delle telefonate in entrata ma inspiegabilmente nulla risulta dai tabulati telefonici. Dunque non è vero? La signora Antonietta si è inventata tutto?. Oppure è probabile che la signora Antonietta si sia sbagliata? Stiamo parlando di una madre distrutta dal dolore che non sta certo con il calendario in mano. Forse è il giorno dopo o quello prima? Perché una madre dovrebbe mentire?. Ci pare un po’ superficiale l’indagine e ci chiediamo perché mai l’acume investigativo non sia stato lungimirante? Perchè non chiedere un maggiore lasso di tempo?  E se quella telefonata esiste ma non è stata fatta nel 10 di Maggio?? Certo un po’ di perplessità ci sta!! »

« il 2° episodio riguarda l’autopsia. Il referto medico parla di ispezione corporale esterna. Nulla di più nulla di meno. Cioè non è stata fatta una autopsia completa. E se fosse morta per altre cause? E se la telefonata anonima fosse reale?  Di più, tre giorni dopo l’autopsia esterna, ripeto, viene richiesto ed ottenuto dal marito l’autorizzazione alla cremazione. Ogni prova se eventualmente esisteva è perduta. Dunque nessun riscontro è più possibile. Perché tanta fretta? »

L’avvocato Gadaleta non soffia sul fuoco per professionalità ma ritiene “incomprensibile” questo atteggiamento remissivo, quasi scontato, da parte degli inquirenti nel chiudere in fretta il caso.

Per dovere di cronaca dobbiamo anche dire che la signora Antonia ha più volte chiesto l’apertura delle indagini ma sempre negate ma con quali motivazioni non è dato sapere.

La presidente di Penelope Annalisa Loconsole lancia un appello: << se qualcuno sa parli! E’ tempo di verità!>>

Non spetta a noi dare giudizi sui fatti o dare credito a una parte o all’altra, però, però, se si riuscisse a trovare tracce di quella telefonata anonima forse il caso potrebbe prendere una piega inaspettata.

Di seguito alcuni spezzoni dell’intervista.

Franco Marella

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