Vaiolo delle scimmie, l’epidemiologo Lopalco: «No allarmismi, rare infezioni umane»

Un invito a non alimentare allarmismi sulle recenti segnalazioni, in Europa e in Nord America, di diversi casi umani di “vaiolo delle scimmie” (monkeypox) arriva dall’epidemiologo Pier Luigi Lopalco.

«Prima che si alzi un nuovo polverone mediatico e si dia il via ai puntuali commenti discriminatori e complottisti, cerchiamo di capire di cosa si tratta», afferma.

In particolare, ad oggi, come spiega lo studioso pugliese, sono stati segnalati casi in Inghilterra, Spagna e Portogallo, mentre «un caso è stato anche riportato negli Stati Uniti (Massachusetts) in una persona che aveva viaggiato in Canada». Lopalco precisa: «Il primo caso segnalato in Inghilterra si riferiva ad un viaggiatore di ritorno dalla Nigeria. La maggior parte di questi casi non sono apparentemente connessi fra loro, ma per alcuni è evidente la trasmissione diretta per contatto persona-persona. Il virus monkeypox (MPV) è un virus ‘cugino’ del ben più famoso virus del vaiolo umano (smallpox). Dico cugino perche’ probabilmente entrambi condividono un antenato comune che potrebbe essere il virus del vaiolo bovino. Infatti, il vaccino contro il vaiolo, costituito proprio con il ceppo bovino, è efficace anche contro le forme di MPV».

«Quest’ultimo fu identificato per la prima volta nel 1958 in Danimarca – spiega ancora Lopalco – in un gruppo di scimmie che arrivavano da Singapore. L’anno dopo un focolaio epidemico simile fu segnalato a Philadelphia. Nel 1964 nello zoo di Rotterdam diversi animali, scimmie e roditori, si ammalarono di vaiolo e alcuni esemplari morirono. Sembra che il virus fosse arrivato nello zoo per via di un formichiere importato dal Sud America. Un’altra epidemia nel 2003 negli Stati Uniti fu causata da roditori importati dal Ghana che infettarono roditori locali (cani della prateria) i quali a loro volta causarono ben 47 casi nell’uomo».

Dopo queste premesse, Pier Luigi Lopalco rassicura: «L’uomo si infetta raramente con il MPV. I casi umani riportati fino ad oggi si riferiscono principalmente ad infezioni accidentali in laboratori o allevamenti che ospitano animali infetti o in viaggiatori che hanno soggiornato in zone endemiche dell’Africa sub-sahariana, in particolare Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. Il virus si trasmette da uomo a uomo con difficoltà. Il contagio può avvenire per contatto diretto con le lesioni cutanee, con fluidi corporei ma anche con indumenti o biancheria contaminata. Nella fase acuta potrebbe anche trasmettersi attraverso droplet e pertanto sarebbe necessario un prolungato contatto faccia a faccia. Per questo motivo, ogni segnalazione nell’uomo si è riferita sempre a piccoli focolai auto-limitanti». 

Citando, quale fonte scientifica, i “Centers for disease control and prevention” (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie), Pier Luigi Lopalco, descrive la sintomatologia.

«Dopo un periodo iniziale caratterizzato da sintomi simil-influenzali, la malattia si manifesta con eruzioni cutanee del tutto simili a quelle del vaiolo: vescicole che si trasformano in pustole e poi si seccano dando luogo ad una crosticina, talvolta lasciando anche una piccola cicatrice. La malattia dura fra le 2 e le 4 settimane. Nel corso delle più estese epidemie registrate in Africa (parliamo degli anni ’80) la letalità ha raggiunto il 10% dei casi sintomatici».

«La vaccinazione contro il vaiolo che quelli della mia età hanno fatto da bambini – sostiene Lopalco – non è efficace nel prevenire la malattia. Dal 1980, da quando cioè il vaiolo umano è stato definitivamente eradicato, il vaccino contro il vaiolo non si usa più su larga scala. E’ oggi ancora disponibile un vaccino contro il vaiolo (in Europa si chiama Imvanex). Il motivo per cui si produce ancora, nonostante il vaiolo sia stato eradicato, è legato ad un suo possibile utilizzo in ‘circostanze eccezionali’. Non ci vuole molta fantasia a pensare che ci si riferisca ad ipotetici atti di bioterrorismo e simili. Questo vaccino, però, si è dimostrato efficace anche contro il MPV, per cui è indicato per coloro che possono essere esposti al virus per motivi professionali. Spero che questa informazione – prosegue l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco – possa essere utile ad evitare di dire scemenze sull’immigrazione dai Paesi africani, di chiamare in preda al panico il proprio medico perché ci è spuntato un foruncolo, di ipotizzare alcun legame  col Covid-19,  con i vaccini. Importante invece che chi abbia avuto comportamenti a rischio nelle ultime settimane, soprattutto in occasione di viaggi all’estero, stia attento ai primi segni della malattia e quindi eviti di contagiare le persone a lui vicine».

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