Palo del Colle, l’incredibile storia di Santa Scorese uccisa da un maniaco invasato

Lei si chiamava Santa Scorese, aveva 23 anni e non sapeva che un giorno sarebbe diventata santa per davvero. Nata a Bari nel ’68, cresciuta nel quartiere Libertà, diplomata al Classico, aveva provato a rinchiudere il suo slancio mistico nella preghiera e nell’attivismo cattolico, ma la sua fede era troppo appassionata per restare rinchiusa in un oratorio di provincia e Santa aveva deciso che sarebbe diventata una missionaria. C’era solo una cosa tra lei e Dio, anzi, una persona. Lui si chiamava Giuseppe e scriveva lettere brucianti per lei, ma non era il suo fidanzato, era solo l’uomo che l’avrebbe assassinata a coltellate una notte di marzo a Palo Del Colle.

Maniaci, all’epoca li chiamavano maniaci. Quelli che seguivano le donne per strada, che le molestavano sugli autobus, quelli che le spaventavano con lettere minacciose e deliranti. Non c’era limite giuridico o psichiatrico per loro, non c’era la legge sullo stalking, non c’era nemmeno la parola. La persecuzione era qualcosa di privato da gestire coi propri mezzi e così infatti faceva la famiglia Scorese, il papà poliziotto la scortava dovunque, le sorelle la vegliavano, la madre si preoccupava continuamente della sua sicurezza. Andava avanti da tre anni, e in un’occasione si era anche sfiorato lo stupro. Il 6 febbraio 1989, nel giorno del suo compleanno, Santa era stata sorpresa da quell’uomo per strada. In un attimo si era ritrovata distesa a terra con il suo peso addosso. Lottò per alcuni minuti poi riuscì a liberarsi e fuggì. In questura se ne dolsero, ma nessuno prese provvedimenti restrittivi concreti nei confronti di Giuseppe. Ormai tutta la famiglia lo temeva come un fantasma maligno, anche se il cuor loro i parenti di Santa non pensavano fosse cattivo, ma solo malato.

Tutto era iniziato a Bari, quando, all’uscita dalla cattedrale dove era andata a trovare il parroco, lui l’aveva vista. Era magro, curato ben vestito, non sembrava pericoloso. Aveva subito iniziato a seguirla per poi prendere a perseguitarla con lettere, messaggi blasfemi, telefonate, oscenità. Si scoprirà che si tratta di un giovane disturbato, già cacciato dal seminario per i suoi deliri e ossessionato dalle donne e dalla religione. Non era la prima volta che molestava una ragazza, ma con Santa sembrava implacabile. Minacciava di ‘farla secca’ se non cambiava vita, se non lasciava Dio per stare con lui. La famiglia Scorese si rivolse all’USL, l’allora Unità sanitaria locale, per chiedere provvedimenti.

Nessuno intervenne anche perché la famiglia di Giuseppe, dal canto suo, giurava di provvedere a curarlo privatamente, salvo poi ammettere di averlo fatto solo dandogli qualche goccia di valium. Dopo tre anni passati praticamente agli arresti domiciliari a Palo del Colle, una sera di marzo del 1991 decide di tornare a casa da sola da una riunione dell’Azione cattolica. Arriva davanti al portone sana e salva. Che sollievo, pensa, mentre schiaccia il pulsante del citofono e il portoncino fa lo scatto di apertura. Suo padre che si affaccia dalla finestra per vederla rientrare, viene assalita alle spalle. Si accascia nel suo sangue sotto 14 colpi di coltello, mentre il suo aggressore scappa. L’immediato soccorso e l’intervento chirurgico a cui viene sottoposta al Policlinico di Bari, non le salvano la vita.

“Se mi accade qualcosa, sappi che io ho scelto Dio”, aveva detto qualche tempo prima al suo confessore. La morte di Santa scuote profondamente la comunità di Palo, tanto che al suo funerale ci sono migliaia di persone tra cui tanti Corpi, ordini e associazioni tra cui le Missionarie dell’Immacolata-Padre Kolbe, i ragazzi di Comunione e Liberazione e tra gli integralisti c’è chi parla di disegno divino e di martirio. Nessuno chiederà scusa per la tragedia annunciata. Non lo faranno i funzionari della USL che, diventata ASL, declinerà ogni responsabilità della precedente gestione, non lo faranno le forze dell’ordine. Giuseppe finirà rinchiuso in nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa (Caserta) dove resterà per 10 anni.

Come fu per Maria Goretti, anche per Santa, dopo la morte è arrivato il riconoscimento della Chiesa. Per le istituzioni cattoliche Santa è ‘Serva di Dio’ in attesa che si concluda il processo di beatificazione. Nomen omen, così si dice. Oggi la sua incredibile storia rivive in un docufilm dal titolo ‘Santa Subito‘. Dal 2009 lo stalking è un reato normato dall’articolo 612 bis del Codice penale. Forse da allora abbiamo meno sante e più donne.

Al di là del fatto di cronaca nera, la vicenda di Santa racchiude una testimonianza di fede profonda, esemplificata dalla sua vita e documentata dal suo diario e dalle sue lettere

Domenica 5 aprile 1998, durante le celebrazioni della XIII Giornata mondiale della gioventù, padre Mariano Magrassi, arcivescovo di Bari-Bitonto, ha annunciato ufficialmente l’apertura dell’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione e per martirio in odio della fede, nominando come postulatore don Vito Bitetto. Il polacco padre Zdzisław Józef Kijas, francescano conventuale, già vicepostulatore nel processo di beatificazione di papa Giovanni Paolo II, è il relatore presso la Congregazione per le Cause dei Santi.

La fase diocesana si è conclusa il 7 settembre 1999 e le sue risultanze sono state registrate a Roma il 18 ottobre 1999 dalla stessa congregazione. Attualmente la giovane è Serva di Dio, per l’eroicità dimostrata in una tragedia analoga a quelle di sante come Maria Goretti e Antonia Mesina. Nella preghiera per la sua beatificazione, approvata dalla Curia Arcivescovile di Bari, Santa è definita “vergine martire”

Franco Marella

 

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