Bari. La storia di Franco Percoco, il mostro che uccise con “gusto” i genitori e il fratello down

Barisera e il sottoscritto stanno curando una sorta di agenda del “crimine” con lo scopo di far emergere fatti, circostanze, aneddoti e testimonianze di fatti realmente accaduti e che, al di là del crimine compiuto o subìto, tale supposta azione, nella sua globalità, è avvolta in un alone di mistero. Ripercorrere fatti accaduti nel tempo che fu diventa una specie di almanacco per un tempo da non dimenticare.

Il mio pezzo di oggi: Franco Percoco l’omicida  – “soddisfatto”

E’ 27 maggio del 1956, Bari,  via Celentano 12, Percoco uccide i due genitori e il fratello Giulio affetto dalla sindrome di Down, preso da un raptus di follia. Non ne poteva più di tutta quella situazione opprimente provocata soprattutto dalla madre, che riuscì a dirgli qualsiasi cosa, compresa la frase “Tu non sei niente”.

La famiglia di Percoco era una famiglia borghese, semplice. C’è la signora Eresvida, una casalinga timorata di Dio ossessionata dall’affermazione sociale, c’è suo marito Vincenzo, ispettore delle Ferrovie, e poi ci sono i loro tre figli: il primogenito, Vittorio che “usa la testa per spartire le orecchie” e che finirà presto in carcere per cleptomania, poi c’è Giulio, affetto dalla sindrome di Down e Franco, il protagonista di quel efferato crimine. Franco  è un ragazzo magrolino, calmo e responsabile che non riesce mai a dire di no alle persone. Quella tranquillità è però solo apparente, perché Franco in realtà vive in un sottobosco di emozioni che finiranno con lo scoppiare e nello sconvolgere una città oltre che l’Italia intera. “Franco Percoco non era né pazzo né cattivo, ma era un ragazzo sensibile e depresso che non sapeva cosa fare nella vita, viveva in un contesto sociale folle e subiva delle vere e proprie persecuzioni psicologiche in casa.

La mattanza sarebbe stata causata da un raptus di follia. Franco Percoco non ne poteva più delle continue pressioni da parte dei suoi genitori, che vedevano in lui quello che non erano e che sarebbero potuti diventare. I genitori vogliono a tutti i costi il figlio laureato. Franco si iscrive ad Agraria ma studiare proprio non gli piace: è in ritardo con gli esami e sempre più soffocato dalle trepide attenzioni di mamma e papà. Non ne poteva più di tutta quella situazione opprimente provocata soprattutto dalla madre, che riuscì a dirgli qualsiasi cosa, compresa la frase “Tu non sei niente”, come si legge negli atti del processo. Parole durissime che furono il punto di non ritorno nella sua mente e che dimostrano che in realtà lei, più che tenere al benessere del figlio, era solo interessata alla propria vanità.

I fatti. E’ mezzanotte passata, il solito giro di telefonate del cronista ai comandi di Polizia e Carabinieri rivela che una pattuglia di agenti si è recata in via Celentano 12 per accertare la causa di un nauseante odore proveniente dall’abitazione della famiglia Percoco. Le prime notizie a disposizione dicono ben poco si sa solo che nell’appartamento sono stati trovati i cadaveri di Vincenzo Percoco, della moglie Eresvida – entrambi di sessantaquattro anni – e del loro figliolo Giulio, handicappato, di 21 anni. Tutti e tre erano in avanzato stato di decomposizione e presentavano un incredibile numero di ferite a morte con una grossa arma da taglio. Nella seconda edizione della Gazzetta, ci sono altri particolari agghiaccianti: la morte dei tre sfortunati Percoco sicuramente risale alla settimana precedente, è stata ritrovata l’arma, un grosso coltello da cucina, e diverse bottiglie di profumo vuote certamente per cercare di ammorbare il fetore. Il sospetto che a commettere la mostruosa strage sia stato Franco ricercato in tutto il Paese.

La città è scossa, se ne parla dappertutto, si formano crocicchi nelle strade. Il crimine è talmente incredibile che tra la gente si crea la psicosi del mostro sanguinario che vaga, impazzito, in città. La perizia accerta che l’intera famiglia è stata massacrata addirittura dodici giorni prima della macabra scoperta, ed è ormai certo che l’assassino è Franco Percoco, latitante e probabilmente nascosto in città.

Così, la gente lo vede nei posti più disparati e, terrorizzata, chiama Polizia e Carabinieri che per tre giorni accorrono ovunque per verificare le centinaia di chiamate. Una caduta, una ferita, una lite passano per un’incursione del mostro assassino. A Carbonara un giovane disertore scambiato per l’omicida, rischia di essere linciato dalla folla.

Franco Percoco è introvabile. Viene segnalato a Milano, poi a Napoli, qualcuno sospetta che si sia arruolato nella Legione Straniera. Dopo quattro giorni l’assassino è ancora latitante. Poi, finalmente, la mattina di domenica 10 giugno, l’incubo di un maniaco omicida disperato e libero, è finito: Franco Percoco è stato catturato la sera di sabato 9 giugno in una pensione di Porto d’Ischia ed ha confessato. E’ proprio nell’isola campana che le forze dell’ordine lo arrestano, dopo aver scoperto il terribile segreto racchiuso nell’appartamento di via Celentano. Percoco vestito da dandy, con una camicia alla moda e un pantalone bianco appena comprato, sta seguendo in tv “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno che grida: “Allegria!”. È un ragazzo tranquillo quello che affronta il processo: evita l’ergastolo e viene condannato a trent’anni che sopporta, consapevole che sia il prezzo giusto da pagare per aver vissuto pochi giorni di vita felice

Franco Percoco morirà da solo a Torino il 14 febbraio del 2001 dopo aver scontato ben 30 anni di carcere e manicomio criminale.

Franco Marella

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