Reato prescritto per il regista Salvati: calunniò il rocker Vasco Rossi alla vigilia del suo tour in Puglia

E” stata dichiarata prescritta dalla Cassazione l”accusa di calunnia da parte del regista Stefano Salvati ai danni di Vasco Rossi, ma – anche se la lentezza della giustizia ha estinto il reato per il quale era stata emessa a carico dell”imputato la condanna a due anni di reclusione, pena sospesa – rimane salvo il diritto del rocker emiliano ad essere risarcito con la cifra ”simbolica” di 10mila euro, ”amichevolmente” concordata in appello. Soprattutto, e quel che più conta, la difesa di Vasco Rossi, costituitosi parte civile davanti alla Suprema Corte e rappresentato dall”avvocato Guido Magnisi, ha ottenuto dagli ”ermellini” la definitiva declaratoria di falsità del documento ”taroccato” denominato “accordo di riservatezza” sottoposto a sequestro nel luglio del 2014, alla vigilia del suo tour in Puglia, nel quale il cantante di Zocca, secondo quanto sostenuto da Salvati, si sarebbe impegnato a riconoscergli un compenso di 200mila euro l”anno per 30 anni, in cambio di nessun tipo di prestazione lavorativa. Ad avviso della Suprema Corte – verdetto 35617 depositato oggi dalla Sesta sezione penale, udienza del 5 maggio – già i giudici di appello di Bologna «hanno tutt”altro che illogicamente valorizzato» il fatto che «Vasco Rossi non aveva alcun motivo di stabilire con Salvati un rapporto diverso da quello intercorrente con gli altri collaboratori, al punto di riconoscergli un compenso di ben euro 200mila ogni anno per trenta anni, a fronte della gratuità di tutti gli altri accordi di riservatezza, in assenza di qualsivoglia menzione delle ragioni specifiche che avrebbero potuto giustificare quella rilevante differenza, cioè il progetto, neppure abbozzato, incentrato sulla realizzazione di una biografia».

«Fermo restando – prosegue la sentenza del ”Palazzaccio” – che i giudici di merito hanno escluso che un impegno economico così rilevante potesse essere assunto dal cantante ad insaputa dello studio legale di fiducia cui si rivolgeva costantemente, per giunta in una fase in cui Vasco Rossi aveva in animo di far scadere a settembre anziché a dicembre di quell”anno il rapporto di prova con Salvati, rapporto che a quella scadenza non sarebbe poi stato rinnovato in ragione di criticità maggiormente evidenziatesi nel prosieguo». Con questa decisione, la Cassazione ha confermato la ricostruzione della vicenda realizzata dalla Corte di Appello di Bologna con sentenza del 9 settembre 2021, che convalidava il giudizio di primo grado del 24 maggio 2017, ma ha annullato senza rinvio il verdetto di secondo grado «agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione, confermando le statuizioni civili e la declaratoria di falsità». E” stato Salvati a fare ricorso agli ”ermellini” contestando la condanna e sostenendo che non era una prova di colpevolezza che l”accordo ”tarocco” che lo ”beneficiava” fosse diverso da quello firmato dagli altri collaboratori del cantante di Zocca, e che non era una ”traccia” di falsità il fatto che le prime due pagine erano state stampate da una stampante diversa da quella che aveva stampato la terza pagina sottoscritta con firma. La Cassazione lo ha condannato a pagare 5mila euro di spese legali in favore della difesa del rocker.

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